Archivio Categoria: Medicina

Il glutine è un po’ più complicato di quanto crediate.

Oggi ho visto due persone che se le davano (verbalmente) di santa ragione sull’intolleranza al glutine.

La mia naturale reazione è stata “Ohibò, questa gente ha bisogno di una profonda revisione della letteratura fatta da una persona non esattamente qualificata come me!”.

Al ché, ho avuto la pessima idea di chiedere ai miei cari amici e colleghi di Italia Unita per la Scienza le cose prima facie più assurde che avessero sentito dire sul glutine.

Due o tre travasi di bile dopo ho compilato una lista più o meno completa assurde che si dicono riguardo celiachia e intolleranza al glutine: ho acceso pubmed, ho iniziato a scavare nella letteratura scientifica, e ho scoperto che tutto è molto più complicato di quanto certa gente proclami, spesso per ragioni di marketing, come verità.

Partiamo da dove sono partito con le ricerche, su un tema che tanto per una volta non è una fintroversia ma un contenzioso anche nella comunità scientifica. L’intolleranza al glutine esiste?

Più o meno chiunque su tutto lo spettro scientifico è concorde nel dire che la celiachia esiste, è una malattia autoimmune, e colpisce all’incirca l’1% della popolazione. I sintomi della celiachia sono per lo più gastroenterici (diarrea, gonfiore, dolori addominali), ma è anche collegata ad anemie, carenze vitaminiche e tutta un’altra serie di problemi generali. La celiachia è abbastanza semplice da diagnosticare con un test del sangue e una biopsia dell’intestino.

Dove comincia ad esserci dissenso è sull’esistenza di una “intolleranza al glutine”, che sarebbe una reazione avversa al glutine i cui sintomi si manifestano anche in persone non celiache.  In ambito accademico la chiamano “Sensibilità Non-Celiaca al Glutine”, che è preferibile ad “intolleranza” perché è più specifico e non rischia di essere confuso con la Celiachia quando usato nel normale parlato. Li userò in maniera interscambiabile, riferendomi invece specificamente alla celiachia con il suo nome, quindi occhio quando leggete.

In ogni articolo sul glutine si pone il problema di mettere foto originali che non siano spighette di grano. Risolvo così: questa è la struttura cristallografica tridimensionale del complesso maggiore di istocompatibilità umano (La proteina che dice al sistema immunitario "Ehi questa qui è una cosa cattiva, attacca!") legata ad un pezzetto di glutine. Da RCSB Protein Data Bank, pubblico dominio

In ogni articolo sul glutine si pone il problema di mettere foto originali che non siano spighette di grano. Risolvo così: questa è la struttura cristallografica tridimensionale del complesso maggiore di istocompatibilità umano (La proteina che dice al sistema immunitario “Ehi questa qui è una cosa cattiva, attacca!”) legata ad un pezzetto di glutine. Da RCSB Protein Data Bank, pubblico dominio

Un sacco di gente dice di aver sintomi gastrointestinali gravi che se ne vanno quando cominciano diete senza glutine, ma il più delle volte nessun test scientifico riesce a trovare alcun problema nel loro intestino: in questo caso, acclarato che non sia un caso di celiachia non diagnosticata, definiamo il misterioso problema come sensibilità non celiaca al glutine.

Studi più recenti cominciano a mettere in discussione risultati pregressi che negavano l’esistenza della sensibilità non celiaca al glutine. Il primo studio convincente che ho trovato in merito è del 2011: Biesiekierski e colleghi pubblicano uno studio randomizzato in doppio cieco sul tema, e tutti sanno quanto mi piacciono gli studi randomizzati in doppio cieco. Nella ricerca in questione, pazienti con la sindrome del colon irritabile che sostenevano che i propri sintomi miglioravano quando non consumavano glutine, sono stati tutti messi a seguire una dieta completamente priva di glutine: a metà, presi a caso, veniva anche somministrata una pillola di glutine, agli altri un placebo. E a quanto pare hanno trovato che i pazienti a cui casualmente finiva il glutine mostravano molti più sintomi avversi di quelli a cui veniva dato il placebo ( p= 0.0001 !). Tuttavia, non manifestavano nessuno dei soliti marker immunologici, o segnali nelle biopsie, solitamente collegati alla celiachia.
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Hasta i Vittoriani siempre

A volte ricevo mail su articoli che ho pubblicato qui. Il più delle volte, sono mail totalmente e completamente folli, come quel tizio che voleva convincermi che nei cromosomi c’è la prova della divinità della Bibbia, visto che in Genesi c’è scritto che Eva è stata creata togliendo una costola ad Adamo e il cromosoma Y ha un braccio in meno del cromosoma X.

A volte sono cose che mi lasciano semplicemente perplesso: mail vuote che hanno come oggetto solo “Re:” e nel testo solo un link. Nel caso specifico, questo link.

Più o meno un anno fa scrissi un blogpost in reazione ad un paper, popolarissimo nella stampa generalista, che sosteneva che i Vittoriani erano più intelligenti di noi e col tempo stiamo diventando tutti scemi. A quanto pare la gente che vuole fare del passato imperiale inglese un mondo ideale non manca: ed ecco che il link qua sopra vorrebbe persuadermi che l’età Vittoriana era l’età d’oro della salute umana, in cui la speranza di vita era superiore a quella moderna, in cui nessuno assumeva alcool o tabacco, il cibo industrializzato non aveva rovinato la nostra salute, e le malattie degenerative non esistevano.

In pratica, in barba a WHO, vegetariani vari e 200 anni di scienza della nutrizione, la dieta ideale esiste ed è più o meno quello che mangiava Darwin.

E, giusto per dovere di cronaca, partiamo con il dire che sono profondamente pregiudizievole contro questo tipo di argomentazioni ancora prima di leggerle nel merito. Perché, per quanto supporre che il presente sia l’ultima parola sul progresso e il benessere umano sia arrogante e opinabile, tutte queste affermazioni che vogliono indorare il passato come fosse un mito arcadico mi fanno veramente cadere le braccia. Negli ultimi 50 anni la medicina ha visto la comparsa di vaccini per la polmonite, per le meningiti, per le epatiti, per il morbillo e per l’HPV; RM, PET, TAC e altre sigle diagnostiche improponibili; chirurgia laser, chirurgia robot, telechirurgia, chirurgia estetica e liposuzione; centinaia di farmaci tra cui fluoxetina, paroxetina e mirtazapina, per cui ho particolare affetto; abbiamo avuto il tempo di inventare e far perdere di efficacia per colpa di uso sconsiderato una dozzina di antibiotici; cuori artificiali, coclea artificiali e arti artificiali così efficaci che se provi ad usarli per competere alle olimpiadi alla gente viene il serio dubbio che ti avvantaggino; occhi artificiali e fegati artificiali sono lì lì dietro l’angolo. Abbiamo un posto dove puoi accedere da qualsiasi parte nel mondo e avere accesso ad una versione approssimativa di tutto il sapere umano, dai fossili di generi di lemuri estinti a strani formaggi polacchi.

Ma, a quanto pare, quando lo stato dell’arte della medicina era un corpetto coi magneti per far crescere le tette e l’arsenico era sicuro e onnipresente, i vittoriani (che giustamente erano più intelligenti di noi) avevano trovato lo stile di vita e la dieta perfetta per una vita senza malanni.

Ora, io posso capire che a leggere Ugo Bardi alla gente venga il male di vivere, e che spesso queste affermazioni pro-saggezza-millenaria-si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio siano più che altro motivate da comprensibile furia contro lo status quo che da un genuino credere che sotto la regina Vittoria la gente stesse alla grande; ma vedere scritto in letteratura scientifica, che tra il 1850 e il 1870 ” a generation grew up with probably the best standards of health ever enjoyed by a modern state. ”  mi fa quasi rivalutare la costola di Adamo.

Messo in chiaro che sono più pregiudizievole di un membro del Ku Klux Klan a Lampedusa, andiamo a vedere quali sono le argomentazioni e le prove che Clayton e Rowbotham portano nel loro articolo pubblicato sull’International Journal Of Environmental Research And Public Health (Impact Factor: 1.99).

Quello che vogliono sostenere, nello specifico, è che:

We argue in this paper, using a range of historical evidence, which Britain and its world-dominating empire were supported by a workforce, an army and a navy comprised of individuals who were healthier, fitter and stronger than we are today. They were almost entirely free of the degenerative diseases which maim and kill so many of us, and although it is commonly stated that this is because they all died young, the reverse is true; public records reveal that they lived as long – or longer – than we do in the 21st century. These findings are remarkable, as this brief period of great good health predates not only the public health movement but also the great 20th century medical advances in surgery, infection control and drugs,

 

Che, tradotto in breve per la mia mamma, significa che l’Impero Britannico aveva una forza lavoro, un esercito e una marina più in salute, più forte e più atletica di quanto non siamo noi moderni, in cui le malattie degenerative sostanzialmente non esistevano, e che vivevano tanto a lungo, se non più a lungo di noi, nonostante spesso si dica il contrario, il tutto ben prima dell’invenzione non solo della medicina pubblica, ma anche degli antisettici e dei primi farmaci.

Una affermazione sorprendente, e, direbbe qualcuno, straordinaria. Su quale evidenze si basa?
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Sopravvivere all’olocausto fa bene alla salute

Qualche giorno fa, in occasione dell’anniversario del bombardamento di Hiroshima, il sempre bravo Gianluigi Filippelli ha scritto un interessante articolo dal provocatorio titolo ” I salutari effetti della bomba atomica “. La conclusione della review riportata da Filippelli però la riporto, in due righe, anche qui:

The evidence presented indicates that acute, low dose irradiation induced lifetime health benefits for Japanese survivors of atomic bombs. (…) The flash exposure for those in Hiroshima and Nagasaki was equivalent to a radiation vaccination. That suggests an important concept. These data indicate that acute exposure to low dose irradiation is adequate, with or without chronic exposures, to provide lifetime health benefits.(1)

Cioè, se ignoriamo per un momento tutti gli ovvissimi effetti collaterali immediati delle bombe, incredibilmente i sopravvissuti hanno tratto dei benefici per la loro salute. Che è una cosa apparentemente fuori dal mondo, roba che se non avendo i risultati alla mano la reazione spontanea di una persona normale sarebbe ribaltare il tavolo ed andarsene.

Ma, siccome io non sono normale, ho deciso di prendere quella di Dropsea come una sfida a trovare qualcosa di più inaspettatamente benefico per la salute. E come il titolo sopra dice, nella maniera più infiammatoria che mi venisse in mente: sopravvivere all’olocausto fa bene alla salute.

E’ la conclusione di questo paper che trovate in libero accesso su PLOS ONE, dall’eloquente titolo ” Against All Odds: Genocidal Trauma Is Associated with Longer Life-Expectancy of The Survivors “. E’ un risultato interessante anche perché dubito che i ricercatori, due dei quali sono di origine ebraica, e finanziati da associazioni come il ” Center for Advanced Holocaust Studies”, lo ” United States Holocaust Memorial Museum “, si aspettassero questo risultato.

Gli autori inizialmente si rifanno ad una grande meta analisi, con più di 12 mila partecipanti, che mostra come coloro che sono sopravvissuti all’Olocausto mostrano molti sintomi da stress post-traumatico (ma và?) ma nessun generale deterioramento delle capacità cognitive o della salute fisica. La meta analisi in questione non aveva però raccolto alcun tipos di dati sulla sopravvivenza e la speranza di vita, e quindi gli autori si son lanciati in questa impresa.

Se avete letto il mio precedente articolo sull’intelligenza dei vittoriani e il selection bias e ne avete colto la morale (sbagliando il campionamento tutto il resto non è attendibile), vi sarà chiaro che la difficoltà più grande per questo studio sia effettivamente trovare un gruppo di persone il più simile possibile a chi ha sofferto per l’olocausto, senza però aver dovuto sottostare ad un genocidio. Non solo: per quanto l’olocausto degli ebrei possa essere considerato un evento di stress acuto confrontato con la vita intera di una persona, bisogna che la vita prima e dopo l’olocausto, dei due gruppi che vai a comparare fosse il più simile possibile, per evitare altri fattori confondenti.

Per costruire i due gruppi, quindi, i ricercatori hanno considerato gli ebrei emigrati dalla Polonia in Israele subito prima dell’Olocausto (dal 1919 al 1939), e quelli emigrati in Israele, di origini polacche, subito dopo l’olocausto (Dal 1945 al 1950). Il gruppo di controllo non è perfetto, chiaramente, perché si possono immaginare obiezioni per cui i due gruppi non sono comparabili, ma vista la questione è difficile fare meglio di così: il background genetico è più o meno lo stesso, l’ambiente di vita dopo l’olocausto è più o meno lo stesso, e usando i dati del censimento si sono stratificati i campioni in base alle condizioni socioeconomiche, per evitare effetti falsati dal confrontare un gruppo ricco con un gruppo di poveri, e in classi di età.

Precisazione importante: sopravvissuti all’olocausto NON SIGNIFICA sopravvissuti all’internamento in un campo di concentramento: il gruppo dei sopravvissuti include non solo coloro che sono stati liberati dai campi di prigionia, ma anche chi era nascosto in conventi o altrove.

” Ma allora è una stronzata! ” direte voi impulsivamente: in realtà, è effettivamente una procedura che ha un senso visto che si vuole misurare l’effetto dello stress. Come ho detto prima,  ci sono studi precedenti su campioni enormi che ci dicono che l’effetto sul lungo periodo delle deprivazioni dei campi di prigionia sono abbastanza piccoli; quello che gli autori vogliono misurare è l’effetto del trauma psicologico del genocidio sulla speranza di vita.

In ogni caso, l’effetto finale trovato è talmente grande che sinceramente sarei sorpreso se fosse solo un artefatto statistico:  analizzando in totale 55220 uomini e donne, salta fuori che i sopravvissuti all’olocausto sopravvivono 6.5 mesi più a lungo di quelli che l’olocausto l’hanno evitato stando in Israele. L’effetto è ancora più grande per gli uomini, per i quali la speranza di vita aumenta in media di 14 mesi, o addirittura diciotto se nel 1940 erano tra i 16 e i 20 anni. E’ un risultato assurdo. Come lo spieghiamo ?

La mia prima idea, leggendo il paper, era comunque un effetto di selezione. Perché se è vero che gli autori hanno cercato disperatamente di abbinare i due gruppi, sopravvivere all’Olocausto non è una variabile casuale. Considerato lo stress, l’asperità, le difficoltà etc, non è difficile immaginare che le persone che sono sopravvissute siano quelle che già dall’inizio erano le più in salute, mentre i più deboli e malati non ce l’hanno fatta. Il gruppo di controllo, che non ha dovuto subire questo terribile esperimento di selezione artificiale, contiene anche gente che per ragioni genetiche o ambientali è generalmente meno in forma, e quindi abbassa la media. In realtà gli autori considerano brevemente questa possibilità, ma non è la spiegazione che ritengono più probabile:

An alternative interpretation would be differential mortality, meaning that those vulnerable to life-threatening conditions had an increased risk to die during the Holocaust. Holocaust survivors by definition survived severe trauma, and this may be related to their specific genetic, temperamental, physical, or psychological make-up that enabled them to survive during the Holocaust [12]–[15] and predisposed them to reach a relatively old age.”

Secondo gli autori del Paper, la spiegazione più probabile è ” L’effetto di crescita post traumatica “.

Such findings may highlight the resilience of survivors of severe trauma, even when they endured psychological, nutritional, and sanitary adversity, often with exposure to contaminating diseases without accessibility to health services. This may be considered an illustration of the so-called posttraumatic growth [9] that is observed to occur, for example, in soldiers having experienced combat-related trauma but finding greater meaning and satisfaction in their later lives because of those experiences.

Che darebbe ritrovata veridicità al proverbio ” Ciò che non mi uccide mi rende più forte ” (o quanto meno mi dà EXP)

Nelle parole di uno degli autori, il professor Sagi-Schwartz :
“The results of this research give us hope and teach us quite a bit about the resilience of the human spirit when faced with brutal and traumatic events”

Io, sarà che sono cinico, sono ancora abbastanza convinto che sia un effetto di selezione, ma l’effetto paradossale rimane: sopravvivere all’olocausto allunga la vita.

ResearchBlogging.org
Sagi-Schwartz A, Bakermans-Kranenburg MJ, Linn S, & van Ijzendoorn MH (2013). Against all odds: genocidal trauma is associated with longer life-expectancy of the survivors. PloS one, 8 (7) PMID: 23894427

I licheni ammazza zombie

I licheni non ricevono abbastanza rispetto.

Vengono relegati ad essere indegnamente accorpati coi muschi, quando in realtà sono profondamente diversi.

Un lichene è un unione mutualistica tra un batterio fotosintetico, tipo un cianobatterio, e un fungo. La fotosintesi del battere fornisce  lo zucchero al fungo, e il fungo in cambio concede al batterio protezione e acqua.

E’ una delle alleanze più efficaci al mondo: i licheni in questo modo, hanno colonizzato tutti i continenti, antartico incluso. Il che significa, tra le altre cose, che in tutti i continenti c’è un lichene in grado di uccidervi: Nostoc, l’alga fotosintetica preferita dai funghi per diventare licheni, produce microcistine. Le microcistine sono composti ciclici, molecole ad anello che per via di questa struttura l’organismo fa fatica a degradare: il che significa che si accumulano nel vostro fegato, e lentamente, vi ammazzano. Per questo motivo le renne del nord europa, che si cibano di licheni, hanno imparato a scegliere accuratamente cosa brucare e cosa no.

L'umile caribou, il più intelligente tra tutti i dietologi

Non è però per questo che sono speciali. Non ci vuole molto ad uccidere un essere umano.

I miti licheni sono l’unica cosa in grado di scalfire la più indistruttibile tra le entità biologiche.

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Perché l’aspirina è tossica per i gatti

Vi sarà capitato di sentire, magari come argomentazione contro la sperimentazione animale, che “l’aspirina è tossica per i gatti e anche una singola compressa può ucciderli “.

La realtà è un po’ più complicata di così, e vale la pena soffermarsi un poco sulla questione.

Una compressa che abitualmente possiamo prendere con una certa leggerezza, come antidolorifico, può effettivamente causare una overdose letale in un felino. Paracelso però, ci insegna che è la dose che fa il veleno: il gatto medio pesa “sensibilmente” meno della persona media, e la dose efficace senza essere tossica, non è di conseguenza la stessa. Si può giustificare semplicemente in questo modo la questione, adducendo come incoscienti coloro che pensano di far bene al loro micino dandogli un’aspirina quando zoppica ?

Ebbene, no. Anche tenendo in considerazione le relative proporzioni di peso, un veterinario che somministri aspirina (non è una cosa inaudita) deve essere molto attento alle dosi e alla posologia.

Non solo: quasi volessero dare il loro supporto agli antivivisezionisti, i gatti sono estremamente sensibili ad un altro comune farmaco di grande efficacia nell’uomo, il paracetamolo.

La differenza non sta nel peso, e fenomeni analoghi si presentano anche con sostanze differenti. Che cosa può essere la causa di ciò ? Abbiamo prima bisogno di un’altra osservazione.

LOLcat can has Science.

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Come riparare un cuore infranto

Certe ferite possono fare davvero male.

Certe cose possono ferire nel profondo una persone.

Certe cose possono letteralmente spezzare il cuore.

Non temete: Prosopopea non sta lentamente degenerando verso un livello editoriale degno di  un magazine per teenagers.

Quando dico letteralmente, non lo intendo figurativamente: le cose che spezzano il cuore di cui si parla qui tendono ad essere cardiopatie e infarti.

E quando un cuore viene letteralmente infranto da questo genere di cose è un bel problema, anche peggio di delusioni amorose: specialmente perché, ad oggi, non esiste trattamento per questo genere di problemi.

Anche se, grazie al progresso della SCIENCE~, forse c’è qualcosa che si può fare: dai prodi ricercatori dell’Università della California arriva un paper titolato: Catheter-Deliverable Hydrogel Derived From Decellularized Ventricular Extracellular Matrix Increases Endogenous Cardiomyocytes and Preserves Cardiac Function Post-Myocardial Infarction. 

E’ un titolo stupendo perché dice precisamente tutto quello che c’è da dire; ma forse è il caso di dissezionare un po’ di più la questione.

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Il Tumore Di Darwin

Il cancro evolve.

É un’affermazione alquanto semplice, ma anche un tantino straniante, non trovate ?

I batteri evolvono. I virus evolvono. Gli uccelli evolvono. Gli esseri umani (yes, amici creazionisti, anche gli esseri umani) evolvono. Ma dire che il cancro evolve suona semplicemente… sbagliato.

E invece, nonostante il cancro non sia un organismo in sé, ma un’ammasso di cellule in rivolta, che vive e muore all’interno del suo ospite, neppure lui può sottrarsi all’inesorabile logica darwiniana.

Il medesimo processo che vi ha dato un cervello in grado di comprendere la straordinaria eleganza dell’evoluzione, può diventare il vostro peggior nemico.

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Lo Spiegone: Il Morbo di Parkinson

Il morbo di Parkinson è una malattia di cui, in un certo senso fortunatamente, si sente parlare abbastanza spesso. Ma i giornalisti tante volte offuscano dietro paroloni le loro spiegazioni, e gli scienziati che con il Parkinson hanno a che fare ogni giorno tendono a dare certe cose fin troppo per scontate. Questo pezzo, se tutto va bene, dovrebbe essere comprensibile a chiunque, non perché banalizza, ma perché andrà un passo alla volta verso una migliore comprensione di come funziona il Parkinson. Quindi incamminiamoci che la strada è lunga.

Il morbo di Parkinson è una malattia neurodegenerativa. Malattia neurodegenerativa è un termine che indica quella categoria di malattie che sono causate da una perdita di funzione dei neuroni, o dalla loro morte. Le altri celebri malattie neurodegenerative sono l’Alzeihmer e la SLA, ma questa è un’altra storia. E’ importante però il fatto che l’origine di queste malattie, la ragione ultima per cui si sviluppano sia, il più delle volte, ignota;  Tuttavia, sappiamo cosa fanno, e come lo fanno, e possiamo usare questo sapere per cercare qualche modo di combatterle. Sapere è potere.

Il morbo di Parkinson è il risultato della morte di neuroni dopaminergici in una parte del cervello detta sostanza nigra, che aiuta a controllare i sistemi motori. Quando abbastanza neuroni di questo tipo muoiono, il paziente sviluppa i tre classici sintomi, quelli che James Parkinson usò per definire la malattia che porta il suo nome: tremori, rigidità muscolare, e lentezza dei movimenti.

Ok, rallentiamo un attimo, che già “morte di neuroni dopaminergici della sostanza nigra “ può sembrare, per alcuni, una supercazzola.

Il neurone è la cellula di base del tessuto nervoso. In un cervello normale ci sono più o meno 20 miliardi di neuroni. Questi neuroni comunicano tra di loro per mezzo di segnali elettrici, e segnali chimici: fin qui, non dovrei aver detto nulla di nuovo. La dopamina è un neurotrasmettitore, ovvero una di quelle sostanze che i neuroni si scambiano tra nelle sinapsi per comunicare.

Una sinapsi è una struttura che permette ad un neurone di comunicare con un altro neurone, o altri tipi di cellule.

Uno schemino efficiente di tutte le parti di una sinapsi. Leggete il testo!

In questo schemino si vede una sinapsi chimica, ovvero una sinapsi che ha bisogno di un neurotrasmettitore (Come la dopamina) per far andare il suo segnale da una cellula all’altra, separate dallo spazio sinaptico. Perché mai le sinapsi hanno un buco in mezzo ? Non avrebbe più senso tenerle collegate invece di doversi inventare questi neurotrasmettitori ? In realtà, no: perché è proprio per via del fatto che le sinapsi chimiche hanno questa particolarità che il segnale si può propagare in una sola direzione e andare da uno specifico punto A, ad uno specifico punto B. In più, le sinapsi hanno un altro vantaggio importante: un impulso nervoso è, sostanzialmente, una scarica elettrica: uno Zzzzap che al massimo può solo svegliare il neurone vicino. Con una sinapsi, invece, a seconda della sostanza che viene rilasciata,  si può avere sia stimoli eccitatori che inibitori, e si può anche modulare, a seconda di quanto neurotrasmettitore di un tipo o dell’altro viene rilasciato, quanto eccitare o inibire il neurone vicino. E’ il massimo della regolabilità.

La dopamina, il neurotrasmettitore che citavo prima, è inibitorio: riduce la trasmissione di segnali.

Il neurotrasmettitore normalmente se ne sta tranquillo per i fatti suoi, in tante vescicole che si accumulano nella cellula prima dello spazio intersinaptico; le vescicole presinaptiche sono sacchettini di membrana cellulare, il neurone le costruisce, le riempie di neurotrasmettitore, e le stipa diligentemente a ridosso della parete, pronte a riversarsi verso l’esterno.

Quando arriva un impulso elettrico al neurone, si apre un canale nella sua membrana. Non è un canale qualsiasi, è un canale selettivo: lascia entrare solo e soltanto ioni calcio. Il calcio si lega ad alcune proteine che sono legate alle vescicole, e le “convince” a svuotarsi nello spazio intersinaptico. Dal momento che le vescicole sono, sostanzialmente, membrana cellulare, semplicemente si fondono e rovesciano il loro contenuto, cioè il neurotrasmettitore, nello spazio sinaptico.

A questo punto il neurotrasmettitore  può diffondere tranquillamente nello spazio: si muoverà fino a trovare un recettore sulla membrana del neurone bersaglio, la membrana postsinaptica. Cos’è un recettore ? Un recettore è una molecola che, in generale, cambia in qualche modo quando riceve il suo specifico trasmettitore, e questo tipo di cambiamento è il messaggio che arriva alla cellula bersaglio.

La dopamina usa un recettore di tipo metabotropico: in pratica, il suo recettore è una proteina che sporge per metà al di fuori del neurone, e per metà al suo interno. Quando la dopamina si lega, il recettore si modifica in vari modi, il che da il via ad una catena di reazioni che aumentano la concentrazione di determinate sostanze all’interno del neurone. Il neurone, in base a quanto e come cambiano queste concentrazioni, sa comportarsi di conseguenza.

All’inizio ho scritto “ morte di neuroni dopaminergici della sostanza nigra “. Un neurone dopaminergico è un neurone che costruisce la dopamina. La dopamina è un neurotrasmettitore che ha effetti importanti per il controllo del movimento. La sostanza nigra è una parte del cervello che si chiama così perché, facendo i vetrini per i microscopi usando sostanza in grado di colorare la dopamina, questa zona del cervello, molto ricca di vescicole piene di dopamina restava molto scura. E fu proprio il vedere nelle autopsie che i malati di Parkinson mancavano di questa zona scura a far sospettare che la malattia avesse qualcosa a che fare con la mancanza dopamina.

Uno spaccato che mostra la sostanza nigra E' uno dei gangli basali del cervello, anche se non è un ganglio. Sì, lo so, nomi a caso.

Semplificando parecchio, la causa dei sintomi del Parkinson è la morte dei neuroni di questa zona. Dei sintomi, bene inteso, perché la causa della sindrome in sé è generalmente ignota.

Perché la morte di questi neuroni della sostanza nigra causa questi sintomi ? Rubiamo uno schema da un libro per capirci.

Uno schema alquanto semplificato delle varie vie di collegamento coinvolte nel Parkinson. Leggete il testo che è meglio.

Lo schema semplifica la relazione tra alcune parti del cervello, ma non è complicato come sembra, perché dobbiamo puntare l’attenzione solo su alcuni punti in particolare per ora.  C’è la corteccia motoria, in alto, che è quella con cui vi muovete volontariamente. Bene. il segnale che vi dice di muovervi arriva alla corteccia motoria da altre zone del cervello, e usa come neurotrasmettitore il glutammato. La corteccia motoria è collegata al corpo striato, che fa da ponte verso la sostanza nigra. Il corpo striato è collegato per due vie alla sostanza nigra: una delle due è mediata da Dopamina, l’altra da Gaba, un altro neurotrasmettitore. Come fa capire l’eloquente segmento in mezzo, se il collegamento  mediato dalla dopamina,viene a mancare tra la sostanza nigra e il corpo striato, il risultato è il morbo di Parkinson.

La dopamina, come dicevamo prima, è inibitoria: se i neuroni  moriranno progressivamente, ci sarà sempre meno dopamina, e quindi sempre meno inibizione. Un grossissimo problema è che i sintomi del morbo di Parkinson si manifestano quando la mancanza di dopamina è molto importante, intorno all’80-90%. Se riuscissimo a fare screening di massa o a trovare un test diagnostico che ci permettesse di individuare rapidamente l’insorgere della malattia, potremmo davvero migliorare e di molto l’efficacia dei trattamenti.

Dopo tutto quello che ho detto, la soluzione sembra apparire spontanea: bisogna trovare il modo per impedire che manchi la dopamina nel collegamento tra sostanza nigra e zona striata. Bene, la proposta è giusta, ma come si fa ?

La soluzione ideale sarebbe impedire la morte dei neuroni dopaminergici. Il punto è che non sappiamo perché muoiono, e quindi dobbiamo puntare a cercare di compensare la mancanza di dopamina. Possiamo provare a dare direttamente dopamina al paziente: una specie di integratore per quello che il suo cervello non riesce a produrre da solo.

Salta però subito fuori una complicazione. Questa complicazione si chiama barriera ematoencefalica, e normalmente non è un problema, ma una cosa estremamente buona e utile: è una barriera fra la circolazione sanguigna (emato) e il cervello (encefalica! Mica diamo a caso i nomi alle cose.), che impedisce che sostanze dannose arrivino al cervello anche se sono nel sangue. Il punto è che fra le varie cose che blocca, oltre a quelle dannose, ci sono anche cose utili dal nostro punto di vista: antibiotici ad esempio, o, purtroppo, la dopamina.

Bisogna allora cercare qualcosa di diverso.

Il farmaco più usato per ovviare a questo problema è la Levo-DOPA. La Levo-DOPA è il precursore diretto della dopamina: una volta che entra in un neurone, questo composto deve subire un singolo passaggio chimico per diventare dopamina. E al contrario della dopamina riesce a passare la barriera ematoencefalica raggiungendo il cervello.

Una visualizzazione di come da un precursore, la tirosina, un amminoacido, vari enzimi vadano a modificare successivamente la molecola fino ad ottenere la dopamina. Il precursore immediatamente precedente alla dopamina, cerchiato in rosso, è la levodopa. I nomi sulle frecce sono i nomi degli enzimi che compiono le varie reazioni. La DOPA decarbossilasi, quella che compie l'ultimo step, è in realtà un enzima molto generico, e quindi viene indicato anche con il nome generico. Questo fatto non è del tutto da trascurare.

Notate come ho detto “il cervello” e non la “sostanza nigra”. Una volta passata la barriera, infatti,la Levo-DOPA diffonde in qualsiasi neurone trovi, non specificamente nei neuroni dopaminergici, in cui normalmente viene fabbricata. E quindi il vostro cervello si troverà a produrre dopamina anche dove non dovrebbe, specialmente dando fastidio ai neuroni che normalmente producono la serotonina, un altro neurotrasmettitori, causando un sacco di effetti collaterali. La serotonina, tra le altre cose, è uno dei neurotrasmettitori che regolano l’umore, e finisce per rendere aggressivi e provocare alterazione nel sonno nei malati.

In più,la Levo-DOPApassa la barriera ematoencefalica, ma in parte minima: circa il 90% del composto, se assunto per via orale, finisce in periferia, e causa altri effetti collaterali al sistema gastroenterico,  come nausea e vomito, e, peggio, nel sistema cardiovascolare, causando aritmie.

Però l’idea è promettente, e per fortuna, la scienza non ha gettato la spugna. Insieme alla Levo-DOPA, vengono somministrati allora composti in grado di bloccare la sua trasformazione in dopamina. Sembra insensato, ma solo perché non ho aggiunto una cosa: gli inibitori (che si chiamano carbidopa e benzerazide) non sono in grado di attraversare la barriera ematoencefalica, il che significa che eviteranno gli effetti collaterali periferici, e aumenteranno la percentuale di Levo-DOPA che non viene trasformata in giro ma riesce a entrare in quantità maggiore al cervello. In questo modo, si è potuto anche ridurre la quantità delle dosi che venivano somministrate, perché a parità di dose in entrata, una quantità maggiore di Levo-DOPA riesce ad arrivare al cervello. La dose efficace aumenta, senza dover aumentare la dose ingerita.

Altri farmaci, più recenti, sono inibitori COMT , bloccano cioè la Catecolo-O-Metiltransferasi, un enzima che  se non viene inibito, cerca di trasformare la Levo-DOPA in altri composti. Il principale tra questi è la 3-O-Metildopa, che compete con la Levo-DOPA stessa nel tentativo di entrare nel cervello, ostacolandone l’assorbimento. Utilizzando gli inibitori COMT, ancora una volta, si riesce a far sì che il cervello assorba una percentuale ancora più alta della Leva-DOPA che  viene somministrata.

Non tutti però rispondono allo stesso modo anche a questo trattamento, e non sempre la stessa dose ha lo stesso effetto su pazienti diversi.  In più, gli effetti della stessa dose sullo stesso paziente cambiano nel tempo. I neuroni che rispondono alla dopamina, infatti, cambiano le loro proprietà: siccome non ricevono più un flusso costante di, ma brevi raffiche, diventano ipersensibili alla dopamina. Il risultato è chela Levo-Dopafinirà per causare gli stessi sintomi della malattia: una persona che ha rigidità improvvisamente si troverà a fare movimenti ampi e involontari (In termini tecnici, diskinesia.)  In più, la progressione della malattia può portare a effetti del tipo on/off. Sempre più neuroni muoiono, e il cervello diventa meno abile a conservare la dopamina, progressivamente riducendo il tempo d’efficacia del farmaco. Nei casi peggiori, l’effetto può svanire anche nel giro di minuti.

A questo punto si può usare un’altra tecnica. Quando la degenerazione dei neuroni è talmente grande da non riuscire a produrre più dopamina a sufficienza, neppure con più materia prima, si può provare ad utilizzare farmaci che si sostituiscono, sul recettore post sinaptico, al normale neurotrasmettitore. Una molecola che si traversa abbastanza bene da dopamina di modo che il neurone post sinaptico creda di star ricevendo un segnale, anche se non è così. Ci sono molteplici farmaci in commercio che seguono questa strada, e sono quasi tutti derivati dall’ergot, un fungo parassita delle graminacee: quello, per capirci, che fa diventare la segale cornuta.  Anche questi farmaci non sono il massimo, purtroppo: aumentano di molto i rischi cardiaci per il paziente.

Per riuscire a sconfiggere il Parkinson, per riuscire a dare una vita migliore ai malati, abbiamo bisogno di capire di più. Sviscerare ogni piccolo dettaglio, analizzare ogni possibile strategia. E per farlo, l’unica cosa che abbiamo è la ricerca scientifica. Le millemila parole spese finora servono fondamentalmente come appello, appello e dimostrazione della potenza della comprensione.

Aiutiamo la ricerca scientifica.

“ Nella vita non c’è nulla da temere, solo da capire. E’ tempo di comprendere di più, per poter temere meno. “ – Marie Curie

I pacifisti invisibili

I microbi sono malvagi.

Creature dall’inferno che devono essere sterminate.

Se un disinfettante non uccide il 99.99% dei batteri, non dà abbastanza soddisfazione.

I microbi sono il nemico invisibile. Invisibile e letale.

Massacriamoli a colpi di amuchina e etanolo 70%.

Dei batteri, mentre cospirano malvagiamente per conquistare con malvagità il vostro organismo.

In realtà, solo una percentuale infinitesima di microbi è patogena. Ci sono eucarioti parassiti, c’è qualche fungo che causa malanni, tipo il piede dell’atleta; ci sono amebe che causano dissenteria e altre patologie non troppo carine.

Ma la maggior parte dei microbi è innocua. E, a dirla tutta, ti vuole bene!

Vuole bene alle proteine mezze usate che butti via, vuole bene alla tua temperatura caldina di 36.6 °C, vuole bene alla tua alta umidità relativa, specialmente in bocca. Ci sono microbi terribili, vero, ma perché discriminarli indiscriminatamente quando solo una percentuale infinitesima è composta da progenie demoniaca? Non vorremo mica essere pieni di pregiudizi, no?

Anche perché poi ci vanno di mezzo gli innocenti. Innocenti come gli Archea.

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Vescovi, Vampiri e Virus

Qualche giorno fa, avendo un po’ di tempo da perdere, ho preso tra le mani un bel manuale di metodi matematici  per la modellazione in biologia, e oltre a illustrazioni assolutamente imperdibili, come questa:

Ingegneria Biomedica Medievale

Un (per fortuna) ipotetico metodo rapido per estrarre una freccia da una ferita, ideato da un ingegnere biomedico ante-litteram.

L’autore ha trovato un modo di inserire nelle sue prefazioni alle varie trattazioni matematiche tutta una serie di aneddoti piuttosto interessanti. Uno in particolare riguardava un vescovo, che è anche un santo: Sant’Uberto, vescovo di Liegi.

Uberto era un simpatico vescovo dell’ottavo secolo. Andava in giro ad evangelizzare i pagani nelle Ardenne, finché ad un certo punto decise di fondare la diocesi di Liegi, diventare primo vescovo del posto, e morire lì, nella tranquillità del suo letto. E’ considerato un santo perché la leggenda vuole che Uberto, prima di vedere la luce, fosse un nobile che, come tutti i nobili di buona famiglia dell’ottavo secolo, amasse andare a caccia: e in una di queste battute ebbe la visione di un crocifisso tra le corna di un cervo, che gli intimava di abbandonare la sua vita dissoluta e convertirsi. In realtà la storia della conversione è un plagio assoluto, preso di peso dalla vita di Sant’Eustachio, ma tant’è: Uberto ha fondato una diocesi, bisognava trovare una scusa per santificarlo.

Della sua esimia vita non ci interessa molto in ogni caso: la parte interessante arriva quando Uberto viene riesumato.

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