Come annientare quel motivetto che vi resta in testa (e altri sproloqui)

Approssimativamente un quarto d’ora fa, su  Radio Messina International, il sempre caro Wikigreg mi ha fatto una marchetta assolutamente gratuita.

Apprezzo, chiaramente, perché niente scalda il mio cuoricino più di pubblicità gratuita e disinteressata; ma  mi mette anche un poco in difficoltà, dal momento che mi reindirizza qui un sacco di gente  che normalmente segue il Wikigreg per le sue profonde  (?) osservazioni sulla musica e dintorni, dove i nuovi utenti troveranno robe di insetti e storia della scienza. Come accalappiare questi nuovi potenziali Prosopofans ?

Il problema esiste, perché non ne so molto di musica: le mie qualifiche in questo campo si fermano più o meno al fatto  che posseggo un paio di orecchie.

Ma la mancanza di qualifiche non mi ha mai scoraggiato dallo sproloquiare su cose di cui non capisco un accidenti, e non comincerà stasera.

Spesse volte ho provato a martellare il Wikigreg con la Lunga E Nodosa Verga Della Scienza™ per fargli entrare in testa qualche fattoide sulla vita, l’universo e tutto quanto, ma senza alcun successo.

Eh, chi non lo vorrebbe Greg, chi non vorrebbe...

Eh, chi non lo vorrebbe Greg, chi non vorrebbe…

L’unica cosa che gli entra in testa sono quelli che gli anglofoni chiamano earworm, i motivetti che continuano incessanti a suonare nella vostra testa per ore, e ore, e ore. Siano gli Eiffel 65 o le dannate canzoni di natale che suonano incessanti in questo periodo, avere una canzone bloccata in testa può essere fastidiosa.

Specialmente se la canzone non è bloccata nella tua testa, ma in quella di tuo fratello, che sa cantare come sa cantare un pezzo di ghiaccio secco.

Fortunatamente, la SCIENZA~! ci può aiutare.


Dei ricercatori della Western Washington University hanno recentemente pubblicato un articolo su Applied Cognitive Psychology dal titolo Going Gaga: Investigating, Creating, and Manipulating the Song Stuck in My Head. Il titolo è abbastanza epico, i contenuti sono abbastanza utili.

Ok, non proprio tutti: il primo consiglio di Ira Hyman Jr. et Al. non è particolarmente intelligente: evitate di sentire le canzoni che vi piacciono. Grazie, next.

In realtà l’osservazione che c’è dietro sfata, almeno parzialmente, un mito: quello secondo cui sono le canzoni più fastidiose e ripetitive ed antipatiche a insinuarsi attraverso il vostro orecchio fin dentro la vostra calotta cranica e torturarvi lentamente. Rilevando i dati in maniera un po’ più accurata e robusta si finisce per scoprire (anche se forse è abbastanza ovvio) che la musica che si blocca in testa è per lo più un frammento di una canzone che piace, e che sin da subito comincia ad echeggiare ripetutamente nel cervello.

In pratica, quelli che i ricercatori sostengono è che l’effetto earworm sia una manifestazione particolarmente specifica del più generale effetto Zeigarnik.

Ah, beh, ora mi è tutto più chiaro.No, fermi: l’effetto Zeigarnik prende il nome da Bluma Zeigarnik, una psicologa degli anni 20 che, seduta in un café, ebbe un’illuminazione: i camerieri erano in grado di memorizzare un ordine senza alcun problema, ma dopo averlo portato al tavolo se lo dimenticavano immediatamente (Un po’ come succede per certi esami o compiti in classe.

Se avete lasciato una cosa a metà,  l’effetto Zeigarnik è quello che con pensieri intrusivi vi ricorda quando state facendo altro che effettivamente non avete finito di insultare quel mentecatto su Facebook dimostrandogli che è completamente nel torto, che avete lasciato a metà quella battaglia epica a Shogun Total War o che ancora non avete imparato tutte le battute di quel pezzo di Mozart con quel mi messo lì apposta per infastidire i violoncellisti.

Il fatto che quello che resta in testa è un frammento di canzone fa pensare a Hyman & Co che quello che il vostro  cervello vuole dirvi è che la canzone in testa dovete cantarvela tutta, o state lasciando le cose a metà, e ve lo ricorderà per il resto della giornata.

Quindi, consiglio principale per togliervi dalla testa quel motivetto incessante: finite tutta la canzone nella vostra testa. Può essere necessario doverla risentire, ma non è tanto l’ascolto a far la differenza, quanto il completare il concerto mentale che risolve la situazione.

L’altro consiglio è di evitare attività mentali troppo leggere o troppo pesanti mentre avete l’eco nel cervello: se è ovvio che tenere cicli di CPU cerebrale a vagare nell’iperuranio può solo peggiorare le cose, è anche vero che focalizzare troppo la mente su un’attività che non sia canticchiare nel vostro cervello fa veramente incazzare l’earworm, che per effetto Zeigarnik diventerà ancora più insistente.

Inoltre, stando al campione di 299 studenti messo alla prova dallo studio, i musicisti sono le persone più soggette alla musica-bloccata-in-testa, forse perché sono quelli che ci mettono un sacco di cognizione nel sentire, o fare, musica.

” Ma chi diavolo dà i soldi a sta gente per fare questi studi inutili ? ” sento già la domanda del luddita indefesso, quello che pretende che la scienza debba sempre e solo avere una finalità strumentale e pratica nell’immediato, ma che per qualche motivo che non capisco non rompe le palle perché non fondiamo la Torre Eiffel per farne ferrovie in Africa.

La risposta che danno i ricercatori è semplice: gli earworm sono una forma estremamente semplice e controllabile di pensieri intrusivi, e capire come funzionano ci può dare una mano nel capire come funzionano altri tipi di pensieri intrusivi, in patologie come i disturbi ossessivo-compulsivi, ad esempio.

Ma in generale c’è un sacco di gente, che, pur non essendo scienziofoba, ha questa idea di fondo per cui infilare la scienza nella musica sia una specie di violazione di magistero, una ingerenza di proporzioni bibliche, il solito “distruggere l’arcobaleno spiegandone le parti” che qualcuno rimproverava all’amico Isaac.

A costoro vorrei rispondere con parole non mie, ma di quel genio senza pari che rispondeva al nome di Douglas Adams:

Sappiamo tuttavia che la mente è capace di comprendere cose in tutta la loro complessità e in tutta la loro semplicità. Una palla che vola nell’aria risponde alla forza e alla direzione con la quale è stata lanciata, all’azione della gravità, all’attrito dell’aria per superare il quale deve consumare la propria energia, la turbolenza dell’aria attorno alla propria superficie, la velocità e la direzione della rotazione. E tuttavia, anche chi dovesse avere difficoltà a calcolar coscientemente il risultato di 3 x 4 x 5, non avrebbe problemi a fare un calcolo differenziale e una serie di operazioni collegate con una velocità così sorprendente da riuscire effettivamente a prendere una palla al volo. Chi lo chiama “istinto” non fa altro che dare un nome al fenomeno, senza assolutamente spiegarlo. 
Ritengo che il punto più vicino a cui sono arrivati gli esseri umani alla comprensione di queste complessità naturali sia la musica. E’ la più astratta delle arti: non ha altro significato o scopo che non se stessa.
La musica, quale che sia la sua complessità, scavalca la mente conscia e finisce tra le braccia del proprio genio matematico privato, che risiede nelle risposte inconsce a tutte le complessità, le relazioni e le proporzioni interne, delle quali riteniamo di non sapere nulla. 
Qualcuno dissente da questa concezione, sostenendo che se la si riduce alla matematica, in che modo ci si fa rientrar l’emozione ? 
Io direi che non ne è mai uscita. Le cose da cui le nostre emozioni possono essere sollecitate, la forma di un fiore o un’urna greca, la crescita di un bambino, la danza delle luci sull’acqua, i movimenti del capo della persona amata, la curva descritta dall’ultimo accordo di un brano musicale che si smorza; tutte queste cose possono essere rappresentate attraverso il complesso fluire dei numeri. 
Ciò non le sminuisce affatto, anzi, in questo sta la loro bellezza. 
Chiedetelo a Newton.
Chiedetelo ad Einstein.
Chiedetelo a Keates, secondo cui ciò che l’immaginazione coglie come bellezza DEVE essere la verità. 

Avrebbe anche potuto dire che ciò che la mano coglie come una palla deve essere la verità, ma non l’ha fatto, perché era un poeta e preferiva vagare sotto gli alberi con una bottiglia di laudano e un taccuino piuttosto che giocare a cricket, ma sarebbe stato ugualmente vero.

Lascia un commento


NOTA - Puoi usare questiHTML tag e attributi:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.