Séralini torna all’attacco: ” Laboratory Rodent Diets Contain Toxic Levels of Environmental Contaminants: Implications for Regulatory Tests “

Penso che più o meno tutti quelli che si trovano a visitare questo sito abbiano almeno una vaga idea di chi sia Gilles-Éric Séralini, ma per chi non dovesse conoscerlo, un breve recap; per ulteriori approfondimenti c’è sempre Wiki Eng.

Séralini è un docente universitario francese, all’Università di Caen, andato alla ribalta nel 2012 pubblicando un articolo dal titolo “Long term toxicity of a Roundup herbicide and a Roundup-tolerant genetically modified maize” , in cui sosteneva che mangimi contenenti mais round-up (un tipo di OGM modificato per essere resistente al glifosato, un erbicida) causavano il cancro nei ratti. Il risultato era stato pubblicato su un journal relativamente marginale ma ottenne un sacco di attenzione dalla stampa, e con quella attenzione un sacco di scrutinio aggiuntivo. Nel giro di un periodo relativamente breve saltò fuori che lo studio era finanziato da tutta una serie di consorzi e aziende anti-OGM (la principale è la CRIIGEN, Committee Of Independent Research and Information on Genetic Engineering, che ha messo i soldini per molti studi anti-OGM e, sorprendentemente ma non del tutto, per promuovere l’omeopatia).

Attaccare i conflitti di interesse non dichiarati dall’Autore, per quanto sia una critica valida dal momento che implica che ci sia qualcosa da nascondere, lascia però il tempo che trova; quello che più di tutti rende il precedente articolo di Séralini inattendibile è la sua metodologia fallace: il ceppo di ratti utilizzato nello studio in questione è naturalmente suscettibile ad una maggiore incidenza di tumori, e nonostante ciò alcuni ratti alimentati con GM risultavano sopravvivere più a lungo; la vita media di questi ratti è di 2 anni, e l’incidenza dei tumori aumenta con l’età: ma la durata dello studio di Seralini era superiore ai due anni, aggiungendo altro rumore di fondo ai suoi risultati. Peggio ancora, oltre al sospetto di magagne nell’analisi statistica, l’articolo sollevava grossi problemi etici, dal momento che Séralini aveva lasciato che i tumori in questi poveri animali crescessero ben oltre quanto fosse accettabile per qualsiasi linea guida internazionale per ottenere foto scioccanti da sbattere in prima pagina prima di sopprimere i ratti malati. Non solo i risultati dell’articolo diventavano statisticamente insignificanti quando comparati con i gruppi di controllo normali dello stesso ceppo di ratto (Sprague Daley) ma erano in diretto conflitto con ricerche pubbliche analoghe, aumentando ulteriormente il sospetto di manipolazioni dovute al conflitto di interesse.

A questo punto, il journal originale ritirò l’articolo, che Séralini riuscirà però a ripubblicare, togliendo le foto inquietanti, in un altro journal, troppo giovane per avere un Impact factor, e senza nessun tipo di peer review.

E bene sottolineare ulteriormente come, al di là di tutte le critiche ai conflitti di interesse e al modus operandi sospetto dell’autore, che la critica metodologica più importante riguardava il gruppo di controllo scelto accuratamente per dare risultati positivi, e la comparazione tra quest’ultimo e i gruppi di controllo utilizzati in studi precedenti.

Quando ci si trova a presentare uno studio di sicurezza alimentare, infatti, sia l’EFSA (l’agenzia europea per la Food Security) che l’FDA (l’equivalente organo americano), richiedono l’utilizzo di “gruppi di controllo storici”.

In generale, per qualsiasi tipo di studio sulla sicurezza di un composto, si utilizza un gruppo trattato (Ad esempio: alimentato a OGM) e un gruppo di controllo (Un gruppo alimentato senza GM) mantenendo tutti gli altri fattori il più possibile identici, e, alla fine del periodo di somministrazione, si guardano le differenze tra i due gruppi e quali sono statisticamente significative. Contemporaneamente, però, si cerca, sempre per il buon principio delle 3R, di utilizzare il minor numero di animali possibili. Questo però porta ad una deformazione metodologica: effetti non causati dal trattamento possono sembrare statisticamente significativi. Semplifichiamo con un esempio: se ho un evento che capita con una frequenza bassa (facciamo 1 su 1000), e nel gruppo di controllo ho 30 ratti, è possibile che, per caso, l’evento capiti nel gruppo trattato ma non nel gruppo di controllo e sembri causato dal trattamento.

Per ovviare a questo problema, in particolare quando si fanno studi di esposizione cronica, si usano i sopracitati controlli storici: si compara il gruppo trattato non solo con il gruppo di controllo dello stesso studio, ma con tutti i gruppi di controllo analoghi registrati precedentemente.

Sono i controlli storici che, nello specifico, hanno fregato Séralini: se si andava a confrontare i suoi risultati non solo con il suo gruppo di controllo, ma con i dati storici per quel ceppo di ratti suscettibile ai tumori, non c’era nessuna differenza significativa tra ratti alimentati a OGM e ratti alimentati con mangimi non GM.

Questo punto è importante perché da quel momento in poi Séralini si è sostanzialmente dedicato a cercare di dimostrare che i controlli storici sono in qualche modo falsati o inattendibili.

La prima avanguardia di questa nuova strategia si ha l’anno scorso, quando l’equipe di Séralini, finanziata sempre dal CRIIGEN, pubblica un articolo su BioMed Research International, un piccolo journal Open Access, un’articolo in cui sostiene che svariati pesticidi sono molto più tossici di quanto le agenzie per la sicurezza alimentare lasciassero credere. L’articolo, dal titolo: ” Major pesticides are more toxic to human cells than their declared active principles “, sostiene che le formulazioni commerciali dei pesticidi sono circa 10000 (diecimila!) volte più tossiche del loro principio attivo, per via di “fattori adiuvanti” che non vengono considerati nei test regolatori, che si concentrano sul principio attivo. Quel fattore 10000 è tirato fuori abbastanza a caso, dato che viene da ben 3! (N=3!) culture cellulari ed è una composizione strana di 9 pesticidi/fungicidi diversi. 3 culture eh, non tre ceppi cellulari. Personalmente, al di là di laboratori didattici, non ho mai coltivato cellule umane in vitro, ma penso ci sia un motivo se le multiwell più piccole che ho visto hanno 6 pozzetti. Manca anche il controllo negativo, che dovrebbe essere imperativo in questi studi: come faccio a sapere che la mortalità diecimila volte più alta è dovuta al pesticida e non all’incubatore di Seralini che non funziona bene? Avrei bisogno di una cultura di cellule non esposta al pesticida per vedere come si comporta, ma non ce n’è traccia.

Infine, c’è un motivo per cui gli studi di tossicità in vivo sono ritenuti più attendibili di quelli in vitro: cellule umane in cultura non hanno cose tipo, che so, il fegato? Cercare di contestare dei risultati tossicologici in vivo con dei risultati tossicologici in vitro fa un po’ come voler contestare i risultati di un computer agitando vigorosamente un abaco. Gli studi tossicologici in vitro sono molto utili per comprendere i meccanismi di tossicità, ed è per quello che vengono usati nella stragrande maggioranza dei casi.

E’ da segnalare come, ancora una volta, questo risultato sia in diretto conflitto con svariate altre pubblicazioni pubbliche, e come il processo di pubblicazione sia stato particolarmente travagliato, con uno degli editori del giornale, Ralf Reski, che addirittura diede le sue dimissioni, dichiarando ” I do not want to be connected to a journal that provides [Séralini] a forum for such kind of agitation.” e che, ancora una volta, Séralini si rifiuta di dichiarare ogni conflitto di interesse per quanto ne abbia svariati e alquanto lampanti. L’articolo fu pubblicato comunque, ma visto l’Affaire Seralini del 2012 fu largamente ignorato dalla stampa generalista che già si era scottata una volta.

Arriviamo quindi attraverso questi due step all’ultimo articolo pubblicato da Séralini, citato nel titolo, su nientepopodimeno che PLOS One, senza alcun dubbio uno dei più importanti e migliori giornali Open Access sulla piazza.

Ancora una volta, prima di entrare nel merito, vale la pena sottolineare un paio di considerazioni accessorie: l’articolo è stato pubblicato il 2 di Luglio, a seguito di numerose correzioni pretese dagli editors di Plos One, ma Séralini ha rotto l’embargo, rilasciando comunque dichiarazioni stampa e facendo vari lanci stampa su svariati giornali sin dai primi di Giugno. Ancora una volta, Séralini si è rifiutato di dichiarare i suoi conflitti di interesse, che sono invece riportati sotto Funding; gli editori di PLOS assicurano che presto il manoscritto sarà modificato, dal momento che ” The competing interests statement did not include a number of items that the editors considered should be declared in accordance with the PLOS Competing Interests policy.” Il conflitto di interessi più interessante da segnalare è che lo studio è stato in parte finanziato da Serene Pharm, una azienda omeopatica francese che include tra i suoi prodotti una linea di rimedi omeopatici “detossificanti” che proteggono dagli effetti negativi di glifosato e atrazina. E dire che di solito la gente che compra prodotti omeopatici è sempre all’erta quando si tratta di studi finanziati da big pharma…

Più preoccupante del solito rifiuto di dichiarare i suoi conflitti di interessi è invece la scelta di PLOS One di pubblicare l’articolo nonostante non contenga, come previsto dalle linee guida di PLOS stesso, i dati “Raw”, ovvero prima di qualsiasi elaborazione statistica.

Ciò premesso, andiamo a vedere lo studio nel merito. Come descritto dal titolo ( ” Laboratory Rodent Diets Contain Toxic Levels of Environmental Contaminants: Implications for Regulatory Tests “ ), l’equipe di Séralini è andata questa volta ad analizzare 13 mangimi da diverse parti del mondo che vengono normalmente utilizzate per nutrire roditori da laboratorio alla ricerca di contaminazioni da pesticidi e/o che contengano OGM.

La sua strategia globale, considerate le due pubblicazioni precedenti, è chiara: il primo studio fu riconosciuto come inattendibile quando confrontato con controlli esterni. Se Séralini riuscisse a dimostrare che quei controlli esterni sono contaminati, cioè invalidi, ecco che improvvisamente potrebbe rivendicare la validità del suo studio. Ma le contaminazioni di norma sono solo in traccia, e c’è il rischio che anche trovando tracce di pesticidi nei mangimi queste siano ampiamente sotto le soglie tossiche e possano essere ignorate: ecco allora lo step necessario di “”dimostrare”” che i pesticidi sono molto più tossici di quanto crediamo.

Se prendiamo in parola i più nuovi risultati di Seralini (e non avendo i dati puri non possiamo fare altrimenti), Seralini ha analizzato 13 mangimi alla ricerca di 292 tipi di pesticidi, 22 tipi di OGM, 4 metalli pesanti, e 35 tipi di diossine. Le contaminazioni rilevate sono MOLTO differenti a seconda della provenienza del mangime: ad esempio, il mangime italiano analizzato non ha traccia di OGM (Yeee!) ma è anche quello più contaminato da metalli pesanti e pesticidi (booo!). Viceversa, uno dei mangimi statunitensi è pieno di OGM ma non contiene contaminazioni rilevabili di diossine.

Qual’è la conclusione che Séralini trae da questi risultati?

It therefore appears that the cause of diseases and disorders found in laboratory rats has been too quickly attributed to the genetic characteristics of the species used

Almeno Séralini ci fa la cortesia di non nascondere minimamente le sue intenzioni (al contrario dei suoi conflitti d’interesse): non è vero che i ratti Sprague-Daley sono geneticamente suscettibili ai tumori (nonostante siano stati selezionati per quello) è che anche loro mangiano pesticidi e GMO perché questi sono super tossici e variamente presenti in tutti i mangimi e questo rende tutti i gruppi di controllo tranne i suoi totalmente inattendibili.

E’ difficile spiegare l’enormità del salto logico che fa Séralini per chi non se ne rende conto a prima vista perché non è pratico della materia, ma vi posso assicurare che è almeno da medaglia d’argento olimpica nel salto in lungo.

In primo luogo, i risultati di Séralini, anche se li prendiamo 100% in parola alla lettera ignorando il suo track record di manipolazioni e metodologie scadenti, non mostrano nessuna correlazione utile, perché Séralini si è limitato a cercare contaminazioni di ogni tipo slegate da qualsiasi altro risultato, nonostante si lanci in voli pindarici nella conclusione.
I suoi risultati sono letteralmente “abbiamo cercato queste cose in questo sacchetto di mangime che ci hanno mandato”, ma non correlano in nessun modo quei risultati a tratti, malattie o fenotipi in alcun ratto. Non hanno dato nessun mangime contaminato a nessun ratto per vedere se e quali patologie potessero insorgere; si sono fermati alla contaminazione e l’hanno usata per giustificare qualsiasi possibile risultato.

Se è vero che come dice Seralini il mais Round-up causa il cancro nei ratti, allora dovremmo avere una quantità di Sprague Dawley con tumori minori in Italia, dove il mangime è 100% OGM-Free. Ma l’incidenza di tumori nei nostri Sprague-Dawley è statisticamente identica a quella della stesso ceppo di ratto negli Usa, che è esposto al Round-Up ma non alle diossine. ” Eh ma le diossine compensano! ” è più o meno l’argomentazione di Séralini, che ignora come le centinaia di composti che ha analizzato, anche ammettendo che sono supertossici come dice, avrebbero meccanismi di tossicità differenti, e quindi causerebbero differenti patologie. Ma per Seralini la tossicità è una notte in cui tutte le vacche sono nere e qualsiasi risultato va bene.

S’aggiunga che la soglia di tossicità che Seralini usa è, motivata dallo studio precedente, 100 volte più bassa di quella stabilita dalle agenzie per la sicurezza alimentare. O, se vogliamo vederla in senso opposto, nello studio la tossicità di qualsiasi cosa, inclusi i metalli pesanti la cui tossicità è nota da lustri, viene sostanzialmente centuplicata. Ad avere i dati originali si potrebbe dire esattamente di quanto Séralini esagera, ma vista la pubblicazione com’è adesso, bisogna accontentarsi di questo dato spannometrico.

Inoltre, gli stessi dati storici che vuole screditare con questo articolo lo smentiscono completamente, perché, appunto, sono storici, e vanno molto indietro nel tempo. I ratti Sprague-Dawley avevano più o meno la stessa incidenza di tumore negli anni 80, prima che il round-up o i mangimi OGM finissero sul mercato. Se è vero che gli OGM o il glifosato causano nuovi danni specifici si dovrebbe avere un cambiamento, se non nell’incidenza, almeno nella tipologia di patologie negli animali di laboratorio alimentati con mangimi contaminati; ma abbiamo 18 anni di dati su 100 milioni di animali che ci dicono che non c’è nessun cambiamento significativo tra mangimi ogm e non ogm. Ancora una volta Seralini va contro a montagne di dati precedentemente pubblicati.

Ma possiamo anche andare più indietro nel tempo, dal momento che gli Sprague-Dawley risalgono agli anni ’30. Dagli anni 30 ci sono stati molteplici cambiamenti nei pesticidi più comuni, il più famoso dei quali la progressiva restrizione fino al ban completo del DDT negli anni 70. Quando veniva utilizzato il DDT, gli Sprague Dawley avevano patologie o incidenze diverse? Nessun dato che abbiamo fa pensare nulla del genere, e dovrebbe saperlo anche Séralini, visto che sono state fatte precise ricerche in merito in risposta alla sua originale pubblicazione del 2012.
Mi sembra improbabile che a me, Pirla Qualunque, venga in mente di controllare una cosa simile prima di saltare a conclusioni affrettate mentre Séralini, che queste ricerche se le è viste sbattere in faccia in passato, si dimentichi in buona fede di risultati simili.

Infine, un ultima considerazione. Séralini e la sua equipe sembrano particolarmente preoccupati per l’influenza di questi mangimi contaminati per quanto riguardano le prove di sicurezza degli OGM; sono così preoccupati che mettono addirittura nel titolo “implications for regulatory trials” nonostante nessuno dei loro risultati abbia direttamente implicazioni per le prove di sicurezza che non possano essere estese a qualsiasi studio che usa quei mangimi. Poteva essere benissimo “implications for cancer drug trials” o “implications for in vivo toxicology”, ma misteriosamente si focalizzano proprio sui test degli OGM. Non solo: usando le sue soglie di tossicità, molto più basse del normale, si aprono un sacco di problemi in cose che nulla hanno a che fare coi ratti: ad esempio, la frutta e la verdura biologica che comprate da Auchan o Carrefour (altri due finanziatori dello studio) potrebbe essere contaminata con residui di pesticidi considerati accettabili dall’EFSA, ma che stando ai dati di Séralini danno effetti dannosi gravi!

Trovo molto modesto, da parte di Séralini, titolare ” Implicazioni che riguardano specificamente gli studi che mi danno torto” invece che ” Gli ultimi 30 anni di ricerca tossicologica e tutti gli studi di sicurezza alimentare sono spazzatura. “.

ResearchBlogging.org Mesnage R, Defarge N, Rocque LM, Spiroux de Vendômois J, & Séralini GE (2015). Laboratory Rodent Diets Contain Toxic Levels of Environmental Contaminants: Implications for Regulatory Tests. PloS one, 10 (7) PMID: 26133768

Sul Whiffy Wheat

Il “whiffy wheat”, il grano odoroso, doveva essere la prima pianta geneticamente modificata per rilasciare un feromone come forma di difesa. Il risultato delle prime prove su campo, condotte dall’Istituto di Rothamsted, il più antico centro di ricerca agronomica pubblico del mondo, è però negativo.
L’idea dietro il Whiffy Wheat è teoricamente semplice. Gli afidi del grano causano 120 milioni di sterline di danni ogni anno nel regno unito. La tecnica più efficiente per contenere questi danni è la lotta integrata, ovvero l’utilizzo di predatori naturali e insetti benefici per tenere lontano gli afidi, ma è difficilmente scalabile su scala industriale che si usa per coltivare il grano nella stragrande maggioranza dei casi. E quindi si usano montagne di insetticidi.

Quella tra insetti e piante è da sempre una storia di co-evoluzione; per questo motivo molte piante hanno “imparato” a manipolare segnali chimici per attrarre o repellere determinati insetti. In questo caso, i ricercatori hanno preso un gene dalla Menta piperita, che sintetizza un terpenoide, un composto aromatico che repelle diverse specie di afidi e attira vespe parassitoidi che depongono le loro uova negli afidi, uccidendoli. Si può, volendo, vederlo come una forma di sistema immunitario subappaltato tramite simbiosi.
I test in laboratorio sono stati molto positivi su tutte e tre le principali specie di afidi dannose, ma il risultato non è stato replicato in campo aperto, con nessuna differenza significativa di resistenza agli afidi tra il grano modificato e la versione commerciale originale.

Per quale motivo? Non è ancora del tutto chiaro, ma gli autori hanno un’ipotesi alquanto plausibile, che ha a che fare con il rilascio del feromone. Normalmente i feromoni e gli altri segnali chimici vengono rilasciati sottoforma di picco: gli afidi ne rilasciano molto quando sono attaccati da vespe parassitoidi, la menta li rilascia quando è danneggiata dagli afidi. Ma il Whiffy Wheat rilascia il feromone ad un livello basso ma costante; ed è probabile che dopo un breve periodo gli afidi si siano adattati a ignorare questo livello come fosse rumore di fondo. Per quanto sulla carta la tecnica sia molto promettente, e dovrebbe ridurre la probabilità di una rapida evoluzione di resistenza, questo specifico esperimento è da rivedere completamente.

Sono due le cose che, secondo me, escono come più interessanti da questo studio: la prima è la capacità degli afidi di abituarsi nel giro di una generazione al rumore di fondo. Non è esattamente un’evoluzione di una resistenza, che richiederebbe cambiamenti genetici e più tempo, ma una sorta di comportamento imparato semplicemente crescendo in un ambiente dove il feromone è costantemente presente.
La seconda è una considerazione di natura sociale. La ricerca in questione era totalmente pubblica: gestita da enti pubblici nel regno unito e finanziata con i soldi dei contribuenti. E molti attivisti anti-OGM stanno strumentalizzando questo risultato negativo (che di per sé non sarebbe un fallimento, perché sapere cosa non funziona è tanto importante quanto sapere cosa funziona) per attacare in toto l’idea dei finanziamenti pubblici alla ricerca sugli OGM. Esemplare in questo senso le dichiarazioni di Liz O’Neill, presidente di GM Freeze, una associazione inglese che aveva protestato negli ultimi 2 anni contro questo esperimento, alla BBC:

“The waste of over £1m of public funding on a trial confirms the simple fact that when GM tries to outwit nature, nature adapts in response.”

Questo, di per sé, non sarebbe particolarmente interessante: ogni scusa è sempre buona per tirare acqua al proprio mulino. Diventa però interessante quando alle sue dichiarazioni aggiungiamo questa piccola postilla, riportata su Nature:

” The protests did not disrupt the research, but making the site secure added around £1.8 million (US$2.8 million) to the study’s research cost of £732,000. “

Ovvero: la ricerca è costata 3 volte tanto per via dei tentati sabotaggi del campo da parte dello stesso gruppo che si lamenta del costo della ricerca.
Creare un problema e usare quel medesimo problema come argomentazione contro qualcosa a cui ci si oppone ideologicamente non è una cosa nuova, ma in questo caso è particolarmente sfacciato.
Un po’ come se ci si opponesse strenuamente alla ricerca pubblica sugli OGM perché non ci si fida delle ricerche promosse da grandi colossi commerciali.

ResearchBlogging.org Bruce TJ, Aradottir GI, Smart LE, Martin JL, Caulfield JC, Doherty A, Sparks CA, Woodcock CM, Birkett MA, Napier JA, Jones HD, & Pickett JA (2015). The first crop plant genetically engineered to release an insect pheromone for defence. Scientific reports, 5 PMID: 26108150

Perché i bradipi hanno nove vertebre cervicali ?

Le giraffe, come gli esseri umani, hanno 7 vertebre cervicali.

Questo fattoide, però, è trito e ritrito: l’avrete sicuramente sentito mille volte anche voi. Poteva forse impressionare qualcuno nei primi anni ’90, ma nell’epoca degli smartphone, dove mi basta sfiorare un touchscreen per aprire una pagina random di wikipedia per scoprire che Iterlak (o Iterdlak) è un villaggio della Groenlandia di 2 abitanti, non sorprende più nessuno. Ci sono annedoti ben più esoterici a portata di mano, in grado di spazzare via la cervicale da giraffa e rendervi l’anima della festa.

Ma, diciamo, per pura ipotesi, che ad una di queste feste dove va la gente cool che ama le giraffe, che qualcuno vi propini la solita storiella ” Ehi, ma sai che sotto quel collo lungo lungo… “.

Le opzioni a quel punto non sono molte. Potete fare un sorrisino di circostanza, fingendo di non averla proprio mai sentita questa prima eh, ma guarda un po’, per cortesia. Potete roteare gli occhi al cielo con sufficienza e fare un’espressione disgustata,  per poi allontanarvi senza dire una parola, per sottolineare la vostra saccente superiorità. Io farei così.

Ma alcune persone tengono alla propria vita sociale, ragion per cui la strategia più conveniente diventa dire: “Ehi, ma lo sai che i bradipi hanno NOVE vertebre cervicali ? ”

Dopodiché tirate fuori dal portafoglio la foto di scheletro di bradipo che portate sempre con voi per queste evenienze, mostrandola al vostro interlocutore. ” Visto ? ” Photocredits: Natural History Museum, London

La quasi totalità dei mammiferi ha sette vertebre cervicali, indipendentemente dalla lunghezza del collo: che tu sia un pipistrello o un leone marino,  sette ne hai, e sette devi usarne. È un limite ingegneristico abbastanza assurdo che non esiste in altri raggruppamenti animali: il lungo collo del cigno, ad esempio, ha tra le 22 e le 25 vertebre. E a fronte di questa variabilità intraspecifica, letteralmente migliaia di mammiferi sottostanno alla tirannia del sette biblico.

Ma non il bradipo.
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Quattro anni di Prosopopea

E siamo giunti ancora una volta a quel giorno dell’anno che viene in tutto il mondo chiamato Prosopoversario: il compleanno di Prosopopea.

Quest’anno Prosopopea è diventato un sito vero tutto suo e non solo un blog su WordPress, è partito infine il podcast che è irregolare quanto qualsiasi altra cosa presente su questo altro blog, e i post continuano progressivamente a degenerare dalle originali spigolature stile settimana enigmistica a terribili e lunghissimi pippotti filosofici sull’argomento della settimana o analisi approfondite della letteratura scientifica su temi sui quali non avrei alcun diritto di mettere becco. In pratica, continua a crescere la saccenza.

Personalmente parlando il 2014 è stato probabilmente il peggior anno della mia vita, ma Prosopopea è rimasto più o meno allo stesso livello di salute che ha sempre avuto: un articolo lunghissimo al mese che non arriva mai al punto, come piace a voi.

Non vi prometto più roba per quest’anno che viene (perché non gli terrei mai fede), ma vi prometto di fare roba più diversa: sto disperatamente cercando di escogitare qualche modo per non predicare (sempre) ai convertiti. E no, non si tratta di fare altri articoli su come avvelenare gattini.

Non avvelenate i gattini. Sul serio.

Se vi affrettate, avete ancora qualche ora per partecipare al Giveaway di compleanno sulla pagina FB o su Twitter e rischiare di ricevere un qualche videogioco aggratis.

Io vi ringrazio per tutti i commenti, le visite, le condivisioni, gli auguri di morte, le minacce di denunciarmi all’ordine e tutto quanto mi lasciate; predicare nel vuoto dello spazio profondo è divertente ma quando ci sono altri marziani che ti ascoltano lo è ancora di più.

Ad maiora!

Posso fidarmi di Wikipedia?

Wikipedia è una delle grandi meraviglie del mondo contemporaneo. Se solo vent’anni fa qualcuno mi avesse detto ” Oh, voglio aprire un sito che conterrà la conoscenza approssimata su tutto il sapere e i trivia umani, compilata esclusivamente da volontari e completamente gratuita” gli avrei riso in faccia. Eppure, oggi, pure con tutti i problemi che può avere, wikipedia è una componente della vita quotidiana tanto quanto google, e ha completamente cambiato il modo di approcciarsi al sapere di molta gente.

(Il paragrafo precedente è sostanzialmente la mia dichiarazione di bias positivo nei confronti di wikipedia.)

C’è però, specialmente in accademia ma non solo, la tendenza a considerare wikipedia come non attendibile o non accettabile come fonte: ed effettivamente ci sono riflessioni da fare in merito, che farò riferendomi SPECIFICAMENTE alla Wiki in inglese, che è quella non solo con la maggior diffusione mondiale ma anche quella che ha il maggior numero di contributori e lo standard qualitativo più alto.

In astratto, la domanda “posso fidarmi di wikipedia?” non è molto diversa da “posso fidarmi del mio medico?”. Non c’è niente di esoterico nel termine “fidarmi” in questo caso: semplicemente il fatto che il mio medico dice ” X ” è una buona ragione per credere che X sia vero. Allo stesso modo, chiedere se ci si può fidare di wikipedia significa chiedersi ” Leggere X su wikipedia è una buona ragione per credere a X? “.

La natura Wikipedia rende però la domanda, anche se la formula è medesima, molto diversa, diversa anche dal semplice ” Posso fidarmi di una fonte senza conoscere il suo autore? “. Se state leggendo questo in fondo non mi conoscete, ma ci sono presumibilmente ragioni per cui siete disposti a fidarvi (o quantomeno, prendere in considerazione quello che dico prima di correre a chiudere il browser e scappare nella direzione opposta). Magari la ragione per cui vi fidate è il fatto che cerco sempre di citare bibliografia rilevante, e anche se specificamente non vi fidate di me o non siete in grado di decifrare voi stessi gli articoli citati, vi fidate del fatto che se ho scritto cazzate madornali qualcun altro me lo avrebbe fatto notare. Oppure vi basate sul fatto che quando ho scritto qualcosa nel vostro ambito di competenza era di un livello di precisione accettabile senza affermazioni che facessero sanguinare gli occhi per la loro colossale idiozia.
Sono tante le strategie che si possono applicare per giudicare quanto uno scritto sia attendibile; il problema nasce quando cerchiamo di applicare queste strategie all’enciclopedia più famosa che c’è.
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L’archeologia è una scienza? – Prosopopodcast EP 001 Feat. Let’s Dig Again

Il secondo episodio del Prosopopodcast, con ospiti speciali la crew di Let’s Dig Again e le loro Trowel spaziali, si incentra su una domanda all’intersezione tra filosofia e scienza: L’archeologia è una scienza?

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La risposta a questa domanda, riflessioni sul metodo, l’archeometria, la teoria nella pratica archeologica, sul problema della demarcazione e perfino un pensiero poetico! Tutto in questo specialerrimo episodio del Prosopodcast.

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Il glutine è un po’ più complicato di quanto crediate.

Oggi ho visto due persone che se le davano (verbalmente) di santa ragione sull’intolleranza al glutine.

La mia naturale reazione è stata “Ohibò, questa gente ha bisogno di una profonda revisione della letteratura fatta da una persona non esattamente qualificata come me!”.

Al ché, ho avuto la pessima idea di chiedere ai miei cari amici e colleghi di Italia Unita per la Scienza le cose prima facie più assurde che avessero sentito dire sul glutine.

Due o tre travasi di bile dopo ho compilato una lista più o meno completa assurde che si dicono riguardo celiachia e intolleranza al glutine: ho acceso pubmed, ho iniziato a scavare nella letteratura scientifica, e ho scoperto che tutto è molto più complicato di quanto certa gente proclami, spesso per ragioni di marketing, come verità.

Partiamo da dove sono partito con le ricerche, su un tema che tanto per una volta non è una fintroversia ma un contenzioso anche nella comunità scientifica. L’intolleranza al glutine esiste?

Più o meno chiunque su tutto lo spettro scientifico è concorde nel dire che la celiachia esiste, è una malattia autoimmune, e colpisce all’incirca l’1% della popolazione. I sintomi della celiachia sono per lo più gastroenterici (diarrea, gonfiore, dolori addominali), ma è anche collegata ad anemie, carenze vitaminiche e tutta un’altra serie di problemi generali. La celiachia è abbastanza semplice da diagnosticare con un test del sangue e una biopsia dell’intestino.

Dove comincia ad esserci dissenso è sull’esistenza di una “intolleranza al glutine”, che sarebbe una reazione avversa al glutine i cui sintomi si manifestano anche in persone non celiache.  In ambito accademico la chiamano “Sensibilità Non-Celiaca al Glutine”, che è preferibile ad “intolleranza” perché è più specifico e non rischia di essere confuso con la Celiachia quando usato nel normale parlato. Li userò in maniera interscambiabile, riferendomi invece specificamente alla celiachia con il suo nome, quindi occhio quando leggete.

In ogni articolo sul glutine si pone il problema di mettere foto originali che non siano spighette di grano. Risolvo così: questa è la struttura cristallografica tridimensionale del complesso maggiore di istocompatibilità umano (La proteina che dice al sistema immunitario "Ehi questa qui è una cosa cattiva, attacca!") legata ad un pezzetto di glutine. Da RCSB Protein Data Bank, pubblico dominio

In ogni articolo sul glutine si pone il problema di mettere foto originali che non siano spighette di grano. Risolvo così: questa è la struttura cristallografica tridimensionale del complesso maggiore di istocompatibilità umano (La proteina che dice al sistema immunitario “Ehi questa qui è una cosa cattiva, attacca!”) legata ad un pezzetto di glutine. Da RCSB Protein Data Bank, pubblico dominio

Un sacco di gente dice di aver sintomi gastrointestinali gravi che se ne vanno quando cominciano diete senza glutine, ma il più delle volte nessun test scientifico riesce a trovare alcun problema nel loro intestino: in questo caso, acclarato che non sia un caso di celiachia non diagnosticata, definiamo il misterioso problema come sensibilità non celiaca al glutine.

Studi più recenti cominciano a mettere in discussione risultati pregressi che negavano l’esistenza della sensibilità non celiaca al glutine. Il primo studio convincente che ho trovato in merito è del 2011: Biesiekierski e colleghi pubblicano uno studio randomizzato in doppio cieco sul tema, e tutti sanno quanto mi piacciono gli studi randomizzati in doppio cieco. Nella ricerca in questione, pazienti con la sindrome del colon irritabile che sostenevano che i propri sintomi miglioravano quando non consumavano glutine, sono stati tutti messi a seguire una dieta completamente priva di glutine: a metà, presi a caso, veniva anche somministrata una pillola di glutine, agli altri un placebo. E a quanto pare hanno trovato che i pazienti a cui casualmente finiva il glutine mostravano molti più sintomi avversi di quelli a cui veniva dato il placebo ( p= 0.0001 !). Tuttavia, non manifestavano nessuno dei soliti marker immunologici, o segnali nelle biopsie, solitamente collegati alla celiachia.
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The Imitation Game – Recensione/Analisi – Prosopopodcast EP 000

E, ora, qualcosa di completamente diverso.
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La strada per l’inferno è lastricata di mattoni gialli

La maggior parte delle persone che visita questo blog è probabilmente familiare con il concetto di strawman, tipicamente reso in italiano con l’agghiacciante traduzione a stampo “uomo di paglia” al posto del più elegante “spaventapasseri”; è quella fallacia logica informale per cui invece di “attaccare” la posizione del proprio “avversario” in un dibattito, gli si attribuisce una posizione o argomentazione che l’altra parte non ha mai sostenuto, ma in modo che sia abbastanza simile da ingannare i tordi.

Esempio semplice per rendere l’idea:
A: Ridurre le emissioni di CO2 è la strategia più immediata e accessibile che abbiamo per mitigare gli effetti del riscaldamento globale
B: RIDICOLO! Gli ambientalisti credono che distruggendo la nostra economia si possa ricostruire il giardino dell’eden!

E’ una forma di prestidigitazione, una distrazione dall’argomentazione principale, ergendo un povero spaventapasseri che non ha armi per difendersi e può quindi soltanto incassare colpi. Che è poi la ragione della traduzione “uomo di paglia” invece che “spaventapasseri”: il termine originale si riferiva ai manichini da giostra che i cavalieri maciullavano in allenamento. Ma, per motivi che saranno chiaro più avanti e che includono l’intenzione di fare il gioco di parole coi tordi due paragrafi fa, continuo a preferire il termine spaventapasseri.

Al contrario di molti, che trovano gli strawman particolarmente insopportabili, o perniciosi, o fastidiosi, non credo che nella maggioranza dei casi gli spaventapasseri siano un grosso problema. In primis, perché, almeno nei circoli in cui giro io, ormai tutti sanno cos’è e non aspettano altro per attribuire questo sofisma agli avversari e ottenere una vittoria per squalifica; in secondo luogo perché, tipicamente, quello che succede dopo che viene eretto un uomo di paglia è il precipitare frettoloso della discussione verso ingiurie varie e accuse di disonestà; e infine perché, forse per ingenuità, forse per paranoia, tendo sempre ad assumere che quando una persona prende le mie parole e ci ricostruisce un fantoccio di fieno completamente diverso lo faccia perché non ha veramente capito niente di quello che sto cercando di dire, e non perché sta disperatamente cercando di guadagnare punti retorici.

Photocredits: Isako, via Flickr, licenza CC-BY-SA

Sempre che non stia effettivamente cercando di spaventare passeri. In tal caso, per quanto sia inevitabile che gli uccelli prima o poi sgamino l’inganno, è molto meglio utilizzare un finto predatore (per esempio la sagoma di un rapace) e spostarlo frequentemente. Photocredits: Isako, via Flickr, licenza CC-BY-SA

Ma nella terra di Oz si aggirano creature ben più dannose di poveri spaventapasseri senza cervello: sto parlando del terribile uomo di latta.

Uno dei più recenti progressi nella moderna costruzione di nuovi modi per avere torto facendo finta di essere nel giusto è l’uomo di latta, così battezzato da me in questo istante, per fare una distinzione tutto sommato banale ma che ritengo importante importante.

L’uomo di paglia è un’argomentazione terribile che nessuno ha mai avuto intenzione di sostenere, che viene inventata soltanto perché l’altra parte abbia qualcosa di semplice da sconfiggere. L’uomo di latta è un’argomentazione terribile che è sostenuta solo da un numero non rappresentativo di persone, che viene tirata in ballo di modo che la controparte abbia qualcosa di semplice da sconfiggere.

Se l’uomo di paglia è il fantoccio con cui il cavaliere fa pratica sicuro che questi non reagirà mai, l’uomo di latta è un biacco innocente che si trova di fronte un guerriero bardato in corazza a piastre, per poi essere spacciato in taberna come temibile basilisco.

La Strega Cattiva dell’Est è un angioletto a confronto di chi usa questo temibile artificio retorico antropometallico. Photocredits: W.W. Henslow Pubblico Dominio

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Nella tela della selezione di gruppo

Intorno al 1960 l’evoluzione aveva trionfato. Forse anche grazie alla rivoluzione culturale, tolti pochi baluardi come la bible belt del sud degli USA per ragioni più politiche che intellettuali, la teoria proposta appena un secolo prima da Darwin si era definitivamente cristallizzata nella Sintesi Moderna non solo negli ambienti intellettuali, ma anche nei programmi scolastici. Si era arrivati, 20 anni dopo il libro omonimo di Julian Huxley, ad avere un sistema completo e integrato che metteva insieme Darwin, Mendel, selezione naturale, genetica di popolazione e deriva genetica. Le principali novità teoriche erano più vecchie, degli anni trenta e quaranta, ma erano finalmente passate attraverso il setaccio che separa le torri d’avorio dalla cultura popolare.

Il problema è che quando si passa attraverso un setaccio, si perde sempre qualcosa. E tra le cose che rimasero al di sopra della maglia, e che invece sono tornate di moda nell’ultimo periodo, c’è la selezione di gruppo, che ultimamente è tornata alla ribalta (purché per ultimamente intendiate “negli ultimi trent’anni” e per ribalta intendiate “Vecchi barbosi si scannano sulla validità del concetto”).

Facciamo però un passo indietro, e partiamo dall’inizio invece che in media res. E come spesso succede in questo campo, per partire dall’inizio bisogna andare dal barbuto per eccellenza: Carletto Darwin.

La teoria dell’evoluzione darwiniana originale, quella rivoluzionaria dell’origine delle specie, è inquadrata in termini di individui. E’ l’insetto che si nasconde meglio che si riproduce di più e trasmette le sue capacità mimetiche ai figli: è un singolo specifico insetto (Prendiamoci confidenza, chiamiamola Genoveffa) che trasmette il tratto alla prole. I figli di Genoveffa hanno un vantaggio locale perché sopravvivono meglio di tutti gli altri insetti non-genoveffini con cui hanno un ambiente condiviso. Quello che la selezione naturale “vede” è Genoveffa e la sua prole individualmente per decidere se sono mimetizzati bene o no.

Se teniamo questo livello di zoom, tratti che aiutano altri individui non sono localmente vantaggiosi. Genoveffa decide, invece di deporre uova, di aiutare a crescere i figli dei vicini: per quanto l’azione sia per il bene del gruppo di insetti che vivono in uno stesso luogo, a livello individuale è localmente svantaggiosa, perché non fare figli significa che il tratto “aiutiamo gli altri” di Genoveffa muore con lei.
L’evoluzione di tratti vantaggiosi per il gruppo ma svantaggiosi per l’individuo sono un problema teorico non semplice per la teoria dell’Evoluzione, al punto che è una di quelle cose su cui i creazionisti si buttano alla disperata ricerca di buchi. Darwin, che di sicuro era più sveglio di me, si rese subito conto del problema quando si trovò a doverlo affrontare parlando di morale umana ne “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”. Darwin scrive (parafraso leggermente per non dover citare due pagine intere) che per quanto essere più “morali” e “altruisti” non conferisca alcun vantaggio a ciascun individuo e ai suoi figli rispetto ai membri della sua stessa tribù, dà un grande vantaggio al suo gruppo rispetto ad altre tribù. Una tribù in cui la gente si sacrifica per il bene comune perché piena di empatia coraggio e obbedienza sostituirà una tribù di stronzi egoisti, e anche questa è selezione naturale.

Darwin, insomma, non aveva problemi a dire: “Sì, beh, guardiamo l’individuo e la lotta per la sua sopravvivenza, però quando serve possiamo anche guardare la lotta tra gruppi e la loro sopravvivenza”. David Sloan Wilson, che è il principale teorico moderno in favore di questa idea, la chiama “selezione multilivello”.

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