Kardashian, bibliometria e calore umano

Non ho problemi ad ammettere che non sono una persona piena di calore umano. Le evidenze sono molte: la misantropia generale quando passo troppo tempo su Facebook, la temperatura corporea simile a quella di un rettile, il fatto che quando ho posto la domanda “Ma io sono pieno di calore umano?” alla mia ragazza ci sono stati 25 secondi buoni di silenzio prima che rispondesse “Che stai dicendo?”.

Quindi non sono rimasto particolarmente sorpreso quando uno studio recente dell’Università di Princeton ha riportato che gli scienziati, gli ingegneri e i ricercatori sono tre categorie che vengono percepite come competenti ma allo stesso tempo fredde.

Per fortuna siamo comunque messi meglio degli avvocati.

Per fortuna siamo comunque messi meglio degli avvocati. Credit: Susan Fiske, Princeton University, Woodrow Wilson School of Public and International Affairs

 

A guardare il grafico si direbbe che non siamo messi malissimo, ma per capire il risultato bisogna fermarsi un secondo a vedere la metodologia che i due autori, Fiske e Dupree, hanno utilizzato. In primis, hanno raccolto una lista di lavori tipici con un sondaggio on line a partecipazione libera. Questo spiega perché esistono due punti separati per distinguere “scientist” e “researcher”, che sono sostanzialmente sinonimi. Sì, ci sono ricercatori in lettere antiche e filosofia e altre discipline non scientifiche eccetera, ma di solito la persona qualunque quando pensa alla parola “ricercatore” pensa all’uomo in camice bianco che fa lo scienziato nella pubblicità dei dentifrici (occhio che la parola uomo non è a caso; ci torniamo poi).
Creata questa lista, un gruppo di americani selezionati a caso e diversi da quelli che hanno compilato la lista ha risposto a un altro sondaggio in cui non veniva chiesta la loro opinione su queste categorie, ma come queste categorie venissero percepite dal popolo americano in generale. Presente quel meme che andava di moda un po’ di tempo fa su Facebook “Come mi vedo io, come mi vede mia madre, come mi vede tua cuggina e vi discorrendo?”. Ecco, uguale, solo con più metodo scientifico.

Knowyourmeme mi dice che, tra l'altro, questo è stato uno dei primi esempi del meme.

Knowyourmeme mi dice che, tra l’altro, questo è stato uno dei primi esempi del meme.

È una tecnica che si usa abbastanza spesso in psicologia perché tende a ridurre l’influenza di pregiudizi personali e spesso convince la gente a riportare stereotipi in cui loro stessi non credono, ma di cui sentono l’effetto. L’ho fatto anch’io due paragrafi fa, ricorrendo allo stereotipo del ricercatore Colgate, in cui non credo minimamente ma che ho tranquillamente usato come scorciatoia intellettuale, attribuendola a questa misteriosa entità detta “gente qualunque”.

Gli autori analizzano poi le varie categorie e notano come lavapiatti e netturbini hanno punteggi bassi su entrambe le scale: è il ben noto effetto areola, per cui istintivamente crediamo che le persone belle hanno qualità belle e le persone brutte sono cattive. Queste professioni, che hanno a che fare continuamente con roba percepita come degradante o sporca o disgustosa, vengono quindi viste come poco competenti e fredde. La poca competenza ha anche a che fare con l’umiltà, sicuramente; ma perché un netturbino o un lavapiatti o una prostituta debbano essere stronzi non mi è ben chiaro. E probabilmente non è ben chiaro alla maggior parte di quelli che hanno risposto al sondaggio: stavano riportando le percezioni degli altri, loro! Mica pensano cose brutte sulle zoccole, loro…

Le professioni che hanno a che fare con la compassione e l’umanità e l’abnegazione, al lato opposto, sono quelle che hanno i punteggi più alti su entrambe le scale: ed ecco che gli insegnanti, i medici e le infermiere sbancano l’ammirazione del pubblico. Nessuno sano di mente farebbe mai l’insegnante o il medico se non fosse altruista e buono e non amasse le persone, no? Specialmente mischiarsi a bambini, adolescenti in crisi ormonali o vecchi malati. Bleah.

Infine ci sono gli scienziati, gli avvocati, i CEO e quel quadrante del grafico: professioni che sono viste come competenti ma anche di cui la gente può fidarsi poco e verso cui il pubblico ha poca empatia. Perché? Fiske e Dupree hanno usato una seconda scala con un terzo gruppo di persone che misurasse le motivazioni del perché la gente ha questi sentimenti contrastanti nei confronti degli scienziati (specificamente i climatologi, per via del casino in USA con gli “scettici” dei cambiamenti climatici). Le colpe includono: mentono con la statistica, complicano inutilmente le cose, sono interessati solo a far carriera, sono arroganti, sono di sinistra.

Ed ecco la conclusione a cui giungono gli autori, che a dire il vero non è questa gran perla di saggezza: il problema del pubblico con la scienza non è quasi mai ignoranza, ma è che degli scienziati, la gente, non si fida. Infatti sono percepiti come distanti dalle persone normali, con una percezione gonfiata della propria importanza, interessati più alla carriera che a mettersi al servizio degli altri nonostante siano il più delle volte dipendenti pubblici e, anche quando competenti, comprabilissimi.

E purtroppo hanno ragione. No, non Fiske e Dupree. Gli americani che pensano questa cosa.

L’ultimo punto non vale neanche la pena discuterlo: se non bastasse il fatto che sono esseri umani come gli altri e come tali soggetti a pregiudizi e portafogli, consiglio il bellissimo Merchants of Doubts di Oreskes e Conway.
Per le altre accuse, torniamo al titolo e parliamo di Kim Kardashian.

Sì, questa Kim Kardashian. Photocredits: © Glenn Francis, www.PacificProDigital.com su licenza CC-BY-SA 3.0

Sì, questa Kim Kardashian. Photocredits: © Glenn Francis, www.PacificProDigital.com su licenza CC-BY-SA 3.0

Non sono esattamente informato sui dettagli della sua vita ma, un po’ come Paris Hilton prima di lei, Kim è andata alla ribalta dell’attenzione mainstream perché qualche anno fa è saltato fuori un video amatoriale zozzo; attenzione che Kardashian ha poi cavalcato in un reality show sulla sua famiglia, accoppiandosi con vari atleti e rapper e apparendo più o meno ovunque.

Che ci frega di Kardashian? Un professore dell’Università di Liverpool, Neil Hall, ha pubblicato qualche mese fa su Genome Biology un paper mezzo serio e mezzo faceto in cui conia l’“Indice Kardashian”: uno strumento bibliometrico che dovrebbe misurare la popolarità di uno scienziato (misurato come numero di follower su Twitter) e il loro contributo accademico (misurato dal numero di volte che sono citati in letteratura). L’indice dovrebbe così stanare le “Kardashian” della scienza: gente che è salita alla ribalta non per suoi meriti scientifici, ma perché è molto brava con l’autopromozione.

Ora, il problema nel difendere Kim e le sue sorelle viene dal fatto che la loro stessa sussistenza si basa sul divergere l’attenzione da altri temi verso loro stesse: se uno volesse essere snob e ingenuo allo stesso tempo, potrebbe dire che i media trascurano dibattiti e discussioni importanti per parlare delle sue ultime foto rubate, il che è una cosa inaccettabile, come se il mercato per le Kardashian e affini non esistesse e fosse un’imposizione dei media che vogliono distogliere l’attenzione.

Creare però un Indice Kardashian per mettere alla berlina gente che fa divulgazione è tutto un altro paio di maniche, e chiaro indicatore di un mentalità che implicitamente larga parte dell’accademia ha nei confronti di chi popolarizza la scienza.
Prima di distruggerlo completamente e senza alcun rimorso e condannarlo all’oblio che merita, parliamo delle cose giuste che l’Indice Kardashian evidenzia. In sociologia si chiama effetto San Matteo: “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Quel gran pezzo di sociologo di Robert K. Merton fu il primo a descrivere questo processo nel 1968, con un articolo su Science (qui Open access): il sistema di ricompense delle istituzioni scientifiche è tale per cui centri di dimostrata eccellenza scientifica ricevono più risorse di chi non pubblica, e in questo modo attirano studenti più promettenti, che finiscono poi come dottorandi e post-doc a lavorare come schiavi facendo infiniti sacrifici personali ogni giorno con solo la vaga speranza di essere riconosciuti per il loro lavoro, mentre i loro professori responsabili accumulano citazioni e fama scientifica, che si traduce in prestigio, che si traduce in più risorse… Insomma, i ricchi diventano più ricchi e i poveri si impoveriscono.
Allo stesso modo, l’effetto San Matteo vale nella divulgazione scientifica: una volta che un volto noto si mette in mezzo al pubblico per parlare di scienza, il suo profilo pubblico aumenta, e quando un altro giornale cercherà un esperto sarà più probabile che trovi lui piuttosto che il dottorando che lavora nel suo laboratorio nelle profondità della terra; e in questo ci troviamo citazioni a caso messe in bocca a Veronesi e Einstein, Tozzi (geologo) che decide che la sperimentazione animale è inutile e Zichichi (fisico) che sproloquia di evoluzione biologica.
Eppure l’indice Kardashian è comunque espressione di un atteggiamento troppo comune in accademia.

Partiamo dalla critica più semplice: Neil Hall evidentemente non capisce Twitter. Non c’è niente di male, perché neanch’io capisco veramente Twitter. Ma usarlo come surrogato o misura approssimativa di celebrità è totalmente fallace. Seguo qualche centinaio di account su Twitter. Conosco personalmente gli autori di una dozzina di questi. Alcuni di questi account non sono neanche persone, ma bot; e, per quanto alcuni possano avere una qualche misura di fama, nella maggior parte dei casi farei fatica a riconoscere gli autori per strada. In altre parole, la principale discriminante tra follow e unfollow non è chi sono, ma quello che dicono. Può darsi che Piero Angela abbia un account su Twitter. Eppure, per quanto sia il più famoso divulgatore in Italia e io sia un pochetto fissato con ‘sta scienza, non ha il mio follow, al contrario di, che so, Mauro Mandrioli (@MauroMandrioli) che mi riempie il feed di roba interessante (o @PieroAngelaFact). Non seguirei Kim Kardashian, perché non avrebbe niente di interessante da dirmi (anche se ci sono 23 milioni di persone che non sono d’accordo con questo mio ultimo commento).
In secundis, e questo si ricollega allo studio iniziale, non sta scritto da nessuna parte che un contributo accademico sia più valido di un’efficace comunicazione. Eppure questo è un pregiudizio standard nelle torri d’avorio, in cui va bene se fai divulgazione, ma non se diventi famoso facendo divulgazione. Se prendete due dei più famosi scienziati e divulgatori americani dell’ultimo quarto di secolo, Carl Sagan e Stephen Jay Gould, troverete un contributo accademico di tutto rispetto oltre all’ovvia eccellenza divulgativa; eppure non sono mai stati accettati nell’Accademia delle Scienze Statunitense, a fronte di colleghi che invece hanno fatto carriera pubblicando 200 papers con leggere variazioni incrementali sugli stessi esperimenti.

Gli avatar dei top 50 Kardashian scientifici su twitter. A quanto ne so, nessuno di questi ha rilasciato un sex tape.

Gli avatar dei top 50 Kardashian scientifici su twitter. A quanto ne so, nessuno di questi ha rilasciato un sex tape. Da Science

La divulgazione va apprezzata, non marginalizzata, specialmente in un epoca in cui la gente diffida degli scienziati come persone e figure istituzionali perché sono de-umanizzati. Può darsi che il motivo per cui alle istituzioni accademiche non piace la divulgazione abbia molto a che fare con quello che trovate spesso negli header di molti account di Twitter: “Queste opinioni sono solo mie”, “Nulla di quello che scrivo ha a che fare con il mio impiego”, “Non rappresento ufficialmente nessun organo istituzionale”. Forse pensano che sia meglio non dire niente, piuttosto che dire qualcosa di sbagliato. Ma su questo, come sul dentistologo maschio, torniamo dopo.

Suggerire che il “vero” modo di contribuire in maniera significativa alla scienza è solo e soltanto contare il numero di citazioni che ha passato la peer review è totalmente folle. Gli incentivi alla pubblicazione sono perversi e portano a lavorare in modo da poter dividere i risultati nella più piccola frazione pubblicabile e il sistema è ridicolmente facile da aggirare e pervertire, come dimostrano i journal che pubblicano qualunque cosa previo pagamento, i predatory journal, e il numero crescente di paper che vengono ritirati. Ma, soprattutto, il numero di citazioni non è in nessun modo collegato a nessuna misura di merito, visto che la maggior parte delle citazioni bibliografiche viene copia-incollata senza pietà da articoli, spesso senza alcuna indicazione che le pubblicazioni originali vengano mai lette, e completamente consistenti con modelli casuali.

In altre parole, le citazioni in letteratura non solo non sono una misura attendibile di valore scientifico, ma sono letteralmente un’altra misura approssimata della fama di un autore: non su Twitter, ma nel ben più ristretto e inincrociato mondo accademico. Perché far arrivare il tuo messaggio solo alle altre otto persone che si occupano dei modelli teorici dell’influenza dell’interazione forte sulla permeabilità cromodinamica del plasma di quark e gluoni è più significativo che farlo arrivare, anche mutilato, a quei 23 milioni di persone che normalmente stanno a sentire Kim Kardashian?

L’indice Kardashian utilizza chiaramente Kim e la sua famiglia come paragone negativo per mettere alla berlina quegli scienziati che si dedicano alla divulgazione e al profilo pubblico della scienza. Ma sarebbe altrettanto facile invertire la scala e renderlo un “indice di menefreghismo di quelli che pagano, con le loro tasse, i tuoi assegni di ricerca”; voglio vederti, poi, Neil Hall, a spiegare agli inglesi che spendere centinaia di migliaia di euro per sequenziare genomi interi di parassiti degli uccelli è una buona idea e non solo un modo per spillar soldi e allungare la tua carriera. (Sì, purtroppo Neil Hall è un parassitologo.)

Non c’è nessun problema nel volersi focalizzare sulle pubblicazioni e le ricerche originali, sia chiaro; ci sono ricercatori che scoprono la passione per l’insegnamento, quelli a cui piace scrivere blog e aver Twitter, e quelli a cui piace fare i western blot nel cuore della notte senza che nessuno li disturbi in laboratorio. Per avere un ambiente accademico sano, servono tutti: il punto è che disprezzare chi fa divulgazione nella situazione socioeconomica moderna fa tanto dinosauri che prendono in giro i mammiferi che si nascondono sotto terra mentre un grosso asteroide brilla nel cielo.

La maggior parte della gente pensa per mezzo di stereotipi. Sono scorciatoie, e la maggior parte delle volte, anche se non sono necessariamente vere, sono utili. E da un punto di vista delle pubbliche relazioni il profilo dello scienziato non è il massimo della vita. Basta pensare a come tipicamente gli scienziati vengono rappresentati nella cultura pop: pazzi, megalomani, arrivisti, malvagi, che giocano a fare Dio e sono socialmente inetti. Diavolo, Big Bang Theory viene considerato un grande passo avanti nel “profilo pubblico” degli scienziati e larga parte della supposta comicità della serie si basa sul prendersi gioco di Sheldon, che mostra sintomi borderline autistici. (O di Howard, ingegnere maniaco sessuale. O di Rajesh, che soffre di un disturbo d’ansia sociale che lo rende muto in presenza di donne.)

E finché la gente avrà in testa questi stereotipi, anche se non li pensa, e userà istintivamente queste scorciatoie mentali, hai voglia a migliorare il profilo degli scienziati. Specialmente se la tua strategia di “marketing” e “outreach” non esiste o
è di questo genere:

Io non so quanto la commissione europea abbia speso di questa campagna per avvicinare le ragazze alla scienza, ma c’è veramente da spararsi se pensano che questa roba possa farle sentire benvenute. Con quale coraggio andiamo in giro a dire che “la gente non ci capisce! Dovrebbero ascoltare di più quello che le spieghiamo (ex cathedra) perché sono cose fattuali e importanti” se per trasmettere il messaggio “Hey ragazze, non tutta la scienza è fatta da maschi bianchi di mezza età come il ricercatore Oral-B, abbiamo bisogno anche di voi!” si tira fuori un coacervo di stereotipi vomitevoli?
Non vorrei fare un paragone insensibile, ma bisognerebbe imparare dal grande lavoro fatto dalla comunità LGBT. È facile fare gli omofobi quando “il gay” è un comodo spauracchio che non si sostanzia nella realtà, un individuo senza volto, come uno Stormtrooper in Star Wars. Nel momento in cui sempre più persone cominciano a fare coming out, e la gente scopre di avere fratelli e sorelle omosessuali e parenti transgender e amici queer, lentamente lo stereotipo smette di essere uno stereotipo e diventa una persona. E sì può dire “Sì, ma lui non conta”, “Vabbé ma lei non è veramente omosessuale” solo fino a un certo punto prima di dover finalmente rivedere le proprie convinzioni.
L’antiautoritario antiscienza che crede alle scie chimiche raramente ce l’ha con John Smith, presidente di EvilPharma Inc. Ce l’ha con “Big Pharma” o con “i Rothschild”: entità totalmente generiche che vengono pensate in termini di luoghi comuni e stereotipi. E, al momento, la stragrande maggioranza degli scienziati è così. Un ideale platonico, un mostro sotto al letto o, più precisamente, un mostro in cima a una torre d’avorio.

Siamo davvero così spaventati dall’idea di perdere un’aura di competenza, autorità e oggettività, fino ad arrivare a dire che chi fa divulgazione mercifica la scienza? Davvero?

Se qualcuno ci vede distaccati e freddi come Spock, basta ricordargli che anche lui, come noi, come me, è almeno mezzo umano.

  1. Chi è la terzultima dell’ultima fila in cosplay di Star Trek?

  2. Non c’è nemmeno un chimico tra i primi cinquanta: o sono tutti in cima alle loro torri d’avorio a fare esperimenti riprovevoli tra alambicchi e fumi verdastri, oppure non se li fila nessuno su twitter. Comunque complimenti per il post – purtroppo – hai centrato il bersaglio in pieno.

    • Siccome si sa, i chimici son tutti un po’ sociopatici e disadattati (per rimanere in tema di luoghi comuni) c’hanno la lista separata http://chemicalcowboys.wordpress.com/2014/09/27/ce-un-limite-a-tutto/

      PS: Ti ho citato nel post, spero non sia un problema.

      • dr.Feelgood

        Prendila così: gli scenziati sono visti come esseri superiori e come tali incarnano anche le paure dell’uomo comune. Mi preoccuperei quando mai dovessero essere considerate persone normali. A quel punto stai sicuro che nessuno si indignerà più dei mancati finanziamenti alla ricerca o della fuga di cervelli. In ogni caso quello schema non rifletto il ” prestigio” delle professioni: non mi sembra che i figli dei ceo studino da infermieri.

  3. C’è un limite a tutto | Chemical Cowboys - pingback on 27/09/2014 @22:42
  4. …” disprezzare chi fa divulgazione nella situazione socioeconomica moderna fa tanto dinosauri che prendono in giro i mammiferi che si nascondono sotto terra mentre un grosso asteroide brilla nel cielo” LOL sto ancora ridendo!
    I miei complimenti, avrei voluto scriverlo io…sul fatto che la poca competenza abbia anche a che fare con l’umiltà ecco, se dovessi guardare al contenuto e al tenore di chi scrive nei vari forum e blog di medicina alternativa direi che esiste una relazione di proporzionalita’ inversa.

  5. Per chi voglia esplorare le dimensioni “calore umano” e “competenza” a riguardo di altre categorie (poveri, ricchi, cristiani, mussulmani, disabili, studenti, ecc. – ma anche per diverse nazionalità europee) consiglio il seguente articolo:
    http://www.people.hbs.edu/acuddy/2009,%20cuddy%20et%20al.,%20BJSP.pdf
    Uno degli autori è la stessa Susan Fiske dello studio dell’Università di Princeton citato sopra da DoppiaM.

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